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De Euthanasia

  7 agosto 2019


Il Senato, premesso che:
l'ordinanza della Corte costituzionale n. 207 del 2018, pur ribadendo la legittimità costituzionale dell'articolo 580 del codice penale, concernente l'istigazione o aiuto al suicidio, che vieta l'aiuto al suicidio, ha chiesto al Parlamento di precisare in maniera chiara se la legge 22 dicembre 2017, n. 219, recante "Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento" preveda o meno questa possibilità. L'ambiguità, secondo la Corte, nasce dal fatto che il bene giuridico protetto dalla legge n. 219 non risiede nel diritto alla vita ma nell'autodeterminazione del paziente, che include la libertà e la consapevolezza del soggetto di porre fine alla propria vita, escludendo condizionamenti esterni che possano alterare la sua scelta;
la Consulta con questa formula ha sintetizzato tre concetti chiave che mostrano come la legge n. 219 del 2017 avesse già in sé il rischio della "deriva eutanasia":
a) pone come bene primario del soggetto la capacità di autodeterminazione, anteponendola al diritto alla vita, e impone a familiari e medici, a magistrati e amici di farsene garanti; b) il ribaltamento della scala dei valori tra diritto alla vita e libertà di autodeterminazione modifica la stessa mission del medico, facendolo passare da curante a mero esecutore della volontà del soggetto; c) il paziente, dal canto suo, può chiedere tutto: dal rifiuto di qualsiasi trattamento, anche salvavita, alla sospensione della nutrizione e dell'idratazione, assimilate ad un trattamento medico;
a giudizio dei proponenti del presente atto di indirizzo, per la Consulta, se il paziente può disporre di sé in modo assoluto e il medico è tenuto ad assecondarlo senza poter fare obiezione di coscienza, questo fatto si configura già come un vero e proprio aiuto al suicidio. Quandanche il paziente richiedesse atti in contrasto con la coscienza del medico e con il codice deontologico, il medico non potrebbe respingere l'aiuto necessario per dare attuazione alle sue scelte, se formulate con piena libertà. Tutto ciò modifica radicalmente l'articolo 580 del codice penale che attualmente condanna non solo il medico, ma chiunque intenda aiutare il paziente ad anticipare la sua morte, ossia a suicidarsi. Recita, infatti, il primo comma dell'articolo 580 del codice penale: "Chiunque determina altrui al suicidio o rafforza l'altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l'esecuzione, è punito";
è a tutti noto quanto pesò la morte del dj Fabo sull'accelerazione del dibattito relativo alla legge n. 219 del 2017; la vicenda contribuì a creare un clima emotivo ad alta tensione in un'opinione pubblica costantemente aggiornata sulla sua drammatica vicenda e sulla sua volontà di porre fine alla sua vita. Marco Cappato apparve in quell'occasione come il suo "liberatore": colui che ne facilitò il suicidio, accompagnandolo personalmente nella clinica in Svizzera, sapendo bene quale fosse la sua volontà. Cappato ha quindi certamente facilitato il suicidio di Fabo e questo era il quesito a cui la Corte costituzionale avrebbe dovuto rispondere, verificando o meno la sua aderenza all'articolo 580 del codice penale. È quanto ha chiesto la Corte di assise di Milano, ponendo il quesito alla Corte costituzionale se si dovesse considerare illegittimo l'articolo 580 del codice penale, ma la Corte costituzionale ha ribaltato il quesito, chiedendo alle Camere di legiferare entro un anno;
nel comunicato della Consulta del 24 ottobre 2018 si legge: "Nella camera di consiglio di oggi, la Corte costituzionale ha rilevato che l'attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti. Per consentire in primo luogo al Parlamento di intervenire con un'appropriata disciplina, la Corte ha deciso di rinviare la trattazione della questione di costituzionalità dell'articolo 580 codice penale all'udienza del 24 settembre 2019. La relativa ordinanza sarà depositata a breve. Resta ovviamente sospeso il processo a quo". Molti studiosi di diritto costituzionale considerano questa ordinanza un unicum nella storia della produzione decisionale della Consulta, in quanto la Corte, attraverso un provvedimento interlocutorio, impone un diktat al Parlamento, fissando un termine entro il quale rivedere le norme sul "fine vita", ossia su una materia sensibile che coinvolge aspetti etici e di coscienza. L'ordinanza, infatti, chiede al Parlamento di approvare una "nuova" disciplina sul fine vita, modificando sia la legge n. 219 del 2017, che considera incompleta e lacunosa, che l'art. 580 del codice penale, senza assolutamente considerare l'ipotesi che il legislatore, pur nell'ambiguità della formulazione, intendesse escludere un esplicito riferimento all'eutanasia nelle sue diverse forme: eutanasia attiva, eutanasia passiva, suicidio assistito;

un anno di tempo per coprire il vuoto normativo sul fine vita è quanto aveva lasciato la Consulta al Parlamento per legiferare. Eppure, il tempo sta per scadere, con i lavori bloccati e più volte rinviati, nonostante i ripetuti solleciti che sono venuti da tante associazioni di ben diverso orientamento, da quelle a netta impronta radicale a quelle di ispirazione cattolica. Lo stesso Presidente della Camera dei deputati Fico, parlando del fine vita, aveva affermato: "Il Parlamento affronti il tema dell'eutanasia e dia una risposta compiuta e tempestiva". Ma evidentemente la maggioranza Lega-M5S si trova davanti all'ennesimo rischio di spaccatura e divisione, per cui preferisce occuparsi di altro, ignorando la scadenza perentoria posta dalla Corte costituzionale;

da una parte ci sono esponenti del M5S che, forzando l'ordinanza, sostengono le 4 proposte di legge fortemente a favore dell'eutanasia attualmente depositate alla Camera (quella d'iniziativa popolare, promossa dall'associazione radicale Luca Coscioni, cui si sommano quelle a prima firma di Andrea Cecconi, ex M5s, Doriana Sarli, M5s, e Michela Rostan, Leu); dall'altra, c'è la Lega, con un testo che vorrebbe ridurre la pena, senza eliminarla, per chi aiuta un familiare gravemente sofferente a morire, ma soprattutto chiede un'applicazione reale e completa della legge n. 38 del 2010, sulle cure palliative, e abolisce l'articolo della legge n. 219 che assimila idratazione e nutrizione assistite a comuni trattamenti; a giudizio dei proponenti, è chiaro che ci si trova davanti a posizioni profondamente diverse, considerato che da un lato c'è chi pretende di approvare la legge sull'eutanasia legale o almeno depenalizzando l'aiuto alla morte volontaria; dall'altro c'è chi rivendica una norma che mantenga l'intero articolo 580 del codice penale, con la sua dimensione sanzionatoria, ma prendendo atto di quanto già emerge in alcune sentenze, ossia il coinvolgimento emotivo dei familiari, l'irrevocabilità di certe situazioni che si protraggono da un tempo lunghissimo, e le circostanze concrete, a volte realmente drammatiche, in cui in alcuni casi specifici si realizzano certe forme di aiuto al suicidio. Ma proprio in questi casi l'attenzione alla vita del paziente e il rispetto della sua autonomia esigono nuove forme di cura da parte del medico e reclamano specifiche strategie nell'accompagnamento dei percorsi di fine vita per tutelare la qualità della vita dei pazienti, considerati come inguaribili, ma mai come incurabili. Il valore della loro dignità va sottolineato costantemente perché è inviolabile: è un compito non nuovo, ma che si è ampliato con l'applicazione delle nuove tecnologie, ricordando che sono sempre e solo al servizio dell'uomo e che mai l'uomo, pur nella sua fragilità, può essere subordinato agli imperativi tecnologici;

l'ordinanza della Corte costituzionale in qualche modo offre anche la sponda per un ragionamento meno divisivo, quando afferma: "prerequisito di ogni scelta" dovrebbe essere "un percorso di cure palliative" in grado di mettere "il paziente in condizione di vivere con intensità e in modo dignitoso la parte restante della propria esistenza". Quello di ottenere la morte non può mai diventare un diritto generalizzato, ma dovrebbe costituire una scelta drammatica percorribile in rari e assai specifici casi. Appare quindi evidente ai proponenti che le proposte di legge favorevoli all'eutanasia finora discusse in Parlamento non rispecchino il dettato della Corte, tradendone lo spirito. La Consulta pone infatti come regola la tutela della vita, e come eccezione assoluta l'accoglienza delle istanze di morte, ma solo dopo aver esperito tutte le possibili terapie palliative;

per storia, cultura e tradizione nell'area del Centro-destra (UDC-FI-FdI), l'opzione è sempre stata decisamente a favore della vita e dei suoi diritti, accanto al malato e alle sue esigenze, in profondo ascolto della sua volontà e nel pieno rispetto della sua autonomia. Senza però che ciò comporti una rinuncia al principio di umana solidarietà, che rappresenta il vero fattore di coesione sociale. Per questo si ritiene che tra i diritti del malato ci sia il diritto alla relazione di cura che include le cure palliative, anche non farmacologiche, che attualmente, pur essendo ricomprese tra i LEA, sono a conti fatti scarsamente esigibili da parte dei pazienti. Così come si ritiene che il malato abbia il diritto a ricevere assistenza religiosa, come ribadito recentemente nel "Manifesto interreligioso dei diritti nei percorsi di fine vita", presentato pubblicamente e sottoscritto il 5 febbraio 2019;

i proponenti sono motivatamente e decisamente contrari a qualsiasi normativa che introduca l'eutanasia, che finirebbe col far dipendere il valore di ciascuno non dalla sua irripetibile esistenza, ma dalla sua "utilità" sociale, introducendo il parametro di un possibile "costo" troppo elevato come motivo per mettere fine alla vita in alcune situazioni di grande fragilità. Il valore della vita allora non sarebbe più fondamentale in sé stesso, ma relativo, in opposizione alla nostra tradizione culturale e ai valori su cui si fonda;

se poi tale scopo favorevole all'eutanasia venisse posto come onere del Servizio sanitario nazionale verrebbe gravemente alterata la stessa mission di istituzioni specificamente impegnate a difendere la vita, soprattutto quando è più debole. Analogamente, potrebbe stravolgere il senso stesso della professione del medico e di tutte le altre figure del sistema socio-sanitario, ognuna delle quali ha scelto la propria specifica professionalità per porsi al servizio del paziente e delle sue necessità: per facilitargli una migliore qualità di vita anche attraverso la terapia del dolore in tutte le sue forme, ma che non accetterebbe mai di considerare la morte provocata del paziente come alternativa di cura, per garantirne il benessere. Altrimenti potrebbe accadere quel che temeva Cecily Saunders, geniale fondatrice degli hospice e delle cure palliative. Un gran numero di persone vulnerabili penserebbero facilmente: "Ho il diritto di abbreviare la mia vita, e dunque ora ho anche il dovere di farlo, perché sono un peso per altri, e la mia vita è ormai priva di valore". Le persone invece hanno sempre valore e avranno valore fino all'ultimo istante della loro vita; è necessario che ci sia piena consapevolezza del fatto che, talora, malattia e sofferenza irrompono in modo inarrestabile nella nostra vita, ferendo in profondità è necessario che ci sia piena consapevolezza del fatto che, talora, malattia e sofferenza irrompono in modo inarrestabile nella nostra vita, ferendo in profondità la storia personale di ognuno e ponendo sulle sue spalle pesi estremamente gravosi; proprio chi sperimenta questa "vulnerabilità" ha diritto a non rimanere solo, ma deve ricevere dalla comunità, nella misura delle responsabilità proprie di ciascuno, ogni aiuto necessario per curare la malattia e lenire la sofferenza, in nome della solidarietà umana; i proponenti esprimono il più fermo rifiuto di ogni atto di eutanasia, in tutte le sue forme e modalità, ovvero di ogni scelta intenzionale e diretta finalizzata ad anticipare la morte allo scopo di interrompere ogni sofferenza e guardano con estremo favore alla recente presa di posizione pubblica da parte delle federazioni degli ordini dei medici e degli infermieri, che considerano il proprio coinvolgimento in eventuali pratiche eutanasiche in piena ed inaccettabile contraddizione con le finalità e i valori originari dell'arte medica, espressi e confermati nei vigenti codici deontologici di categoria;
i proponenti del presente atto di indirizzo auspicano, pertanto, che una simile violazione della vita umana, qual è l'eutanasia, non debba mai trovare avallo e giustificazione nell'ordinamento giuridico del nostro Paese,

impegna il Governo:

1) a valutare la possibilità di adottare ogni iniziativa affinché venga riconosciuto: che ogni vita umana è un bene in sé stessa, al di là delle circostanze che di fatto segnano la sua parabola esistenziale; la peculiare dignità umana che contraddistingue ogni persona accomuna la famiglia umana e rende tutti uguali in valore; che per ogni essere umano sussiste il dovere morale di prendersi cura della vita e salute propria e altrui, in un clima di solidale reciprocità;

2) a valutare la possibilità di provvedere con adeguati stanziamenti, anche sul piano economico, a garantire a tutti i pazienti la piena fruibilità delle cure palliative, sia attraverso gli hospice che attraverso le cure domiciliari, come l'assistenza medica integrata da personale infermieristico e riabilitativo, e che gli stanziamenti previsti per le cure palliative e per i percorsi di accompagnamento al fine vita includano anche quell'insieme di cure non strettamente farmacologiche che tanto contribuiscono a far percepire al paziente una migliore qualità di vita, a cominciare dall'assistenza psicologica e spirituale, dalla musicoterapia alla riabilitazione, eccetera;

3) a prevedere misure che consentano:

a) ai pazienti di sperimentare che il rispetto per la propria religione è un diritto e quindi possono godere di tutti i servizi legati alla sfera religiosa, spirituale e culturale, compresa la presenza del referente religioso o assistente spirituale;

b) che ogni persona conosca e sia consapevole del suo percorso di cura e del possibile esito, secondo i protocolli terapeutici più aggiornati, affinché possa gestire la propria vita nel modo qualitativamente più soddisfacente, anche in relazione alla propria spiritualità e fede religiosa;

c) che le famiglie possano partecipare delle relazioni di cura e di sostegno necessarie a garantire al caregiver familiare tutte le misure di affiancamento più opportune per garantire il suo servizio, senza raggiungere la soglia di stress che ne comprometterebbe l'efficacia;

d) che i pazienti stranieri abbiano il supporto di un mediatore interculturale competente e disponibile, che operi in sintonia con la struttura sanitaria, nell'esclusivo interesse del paziente; e) che non si ricorra mai nelle decisioni politiche socio-sanitarie a valutazioni ispirate ad utilitarismo ed efficientismo, per cui i proponenti del presente atto rifiutano senza tentennamenti ogni "logica di scarto" tendente a considerare le persone insolubilmente segnate dalla malattia o da altre vulnerabilità (età avanzata, disabilità, patologie psichiatriche, eccetera) come una sorta di "peso infruttuoso", tanto da ritenere opportuno ridurre (o addirittura annullare) risorse ed ausilii a loro vantaggio, a prescindere dai loro effettivi bisogni.
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Roma, 7 ago. (AdnKronos) – “Meglio una legge imperfetta che l’eutanasia decisa dalla Corte costituzionale”. Lo ha affermato il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, nel corso della conferenza stampa indetta con la collega Paola Binetti (Udc-Fi) a Palazzo Madama, per presentare le iniziative per scongiurare la possibilità che, con una sentenza della Corte costituzionale, si possa arrivare alla legalizzazione dell’eutanasia.


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