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L’esempio di Reagan per la destra italiana

  5 maggio 2015       Alessandro Rico


Parlare di Ronald Reagan nell’Italia di Renzi sembra una mesta operazione nostalgica: sembra proprio che noi, il nostro Reagan (o la nostra Thatcher), non ce l’avremo mai. Ma dedicare un convegno alla memoria di uno dei più amati presidenti americani, protagonista della rinascita del conservatorismo statunitense dopo il New Deal e gli anni kennediani, è tutto sommato utile agli italiani non in chiave imitativa, quanto piuttosto "esemplare". Come sapeva Montesquieu, ogni nazione ha le sue specificità storiche, politiche, persino antropologiche, e ciò rende impossibile esportare la democrazia in Iraq come coltivare in vitro un Reagan per Palazzo Chigi. Ma parlare di Reagan significa parlare di un’idea di destra, di valori politici che in fondo hanno un appeal anche sugli elettori che a noi piace chiamare "moderati", forse perché il "conservatorismo" ci spaventa. Perché da noi i "conservatori" sono Camusso, Landini, Bersani e Cuperlo, gli alfieri di un passato che va cambiato non perché è passato, ma perché è sbagliato. Renzi si è appropriato di molti dei temi cari alla cultura politica della destra; non appaltiamogli anche lo stigma sul "conservatorismo". Parlare di Reagan, allora, vuol dire tornare a Barry Goldwater e a quel suo The Conscience of a Conservative (1964) che riportò in auge il conservatorismo americano, adattato alle esigenze del tempo e sospinto verso un’alleanza con il liberalismo classico e il laissez-faire; un matrimonio che storicamente non era del tutto naturale, ma che era diventato necessario, se tra i principi conservatori c’era anche la volontà di ristabilire l’autentica tradizione filosofico-politica degli Stati Uniti. Proprio in quel milieu nacque Reagan, che a sostegno di Goldwater pronunciò il famoso discorso A Time for Choosing. Lì furono gettate le basi della piattaforma programmatica che avrebbe segnato la gloriosa decade degli anni Ottanta. Allora, l’Italia era prigioniera del pentapartito e dell’ascesa di Craxi - uno che con Reagan ebbe rapporti tutt’altro che distesi, basti pensare alla crisi di Sigonella. Oggi il mondo affronta i rigurgiti anticapitalisti che ogni ciclo economico inevitabilmente resuscita (esattamente come al tempo di Roosevelt), ma gli Stati Uniti iniziano a prendere le distanze da Obama e dentro il Partito Repubblicano c’è grande fermento, un ricambio di leadership, un processo forse non breve ma che autorizza un certo ottimismo. In Italia invece sono cambiati i nomi, ma la sostanza è rimasta la stessa: quella di un Paese dall’anima democristiana in cui resistono strenuamente gilde e corporazioni. Eppure c’è un’occasione, che il convegno di Rete Liberale incrocia perfettamente: il centrodestra è a pezzi e, volente o nolente, dovrà andare incontro a un processo di ricostituzione. Sarà Berlusconi a traghettare lo schieramento col solito piglio accentratore? Ci sarà la svolta populista verso la nuova Lega di Salvini? Entrambi sono scenari che un sincero liberale e conservatore non può che aborrire. Chissà, allora, che parlare di Reagan non ci possa indurre a fare i conti con una storia che purtroppo non ci appartiene, per imprimere diverse direzioni di sviluppo a quella di cui siamo protagonisti. Finché un giorno anche noi sentiremo un politico proclamare che "lo Stato non è la soluzione. Lo Stato è il problema".


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