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Nuova Repubblica

  22 giugno 2018


di Giovanni Guzzetta
news - Una delegazione del Comitato 'Nuova Repubblica' guidata dal costituzionalista Giovanni Guzzetta si è presentata alla Cassazione per depositare una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare composta di sette articoli sul presidenzialismo.
@CorrieredellaSera - Caro direttore, il governo Conte è nato dopo un travaglio che ha battuto ogni record nella storia repubblicana. Abbiamo sfiorato una crisi istituzionale di proporzioni inedite. La spinta finale alla formazione del governo è arrivata dal drammatico andamento dei mercati finanziari. C’è andata bene ancora una volta. Ma possiamo continuare con istituzioni all’insegna dell’«Io speriamo che me la cavo»?
Non c’è bisogno di schierarsi a favore o contro la maggioranza per ricordare a tutti che il convitato di pietra della nostra politica si chiama «riforme istituzionali». Quelle riforme al cui fallimento sembriamo ormai rassegnati. E però lo sappiamo tutti: la questione è solo rimossa. La prossima crisi sarà peggio della precedente, com’è stato in tutti questi anni di declino del nostro Stato.Le vicende di questi giorni indicano già le difficoltà della situazione. Ai primi passi, decisi e marcati, dell’esecutivo si associano anche turbolenze che non risparmiano i rapporti interni alla maggioranza e alle stesse singole forze che la compongono. Senza istituzioni forti, non ci può essere un’Italia forte. Tutt’al più, quando va bene, episodi fortunati di buon governo in mezzo a un cimitero di crisi, instabilità, frustrazioni e marginalità politica, nel contesto europeo e globale in cui la competizione dei sistemi-paese si fa sempre più feroce. Il ritorno delle sovranità non ci può trovare come un vaso di coccio.

La nostra crisi istituzionale ha due facce. È una crisi del modello costituzionale, tante volte analizzata e, di recente, descritta magistralmente da Galli della Loggia (Corriere, 30 maggio), il quale ha spiegato perché le regole della Repubblica del 1948 non reggano più. L’originaria idea di istituzioni frenanti, costruite sul timore della vittoria dell’avversario più che sull’ efficienza delle maggioranze, era preziosa nel 1948. Oggi l’effetto frenante produce la frustrazione democratica, la drammatizzazione del conflitto, l’insofferenza per le istituzioni.
Galli della Loggia ha anche ragione nel segnalare che uno dei nodi di questa crisi è il ruolo della Presidenza della Repubblica. Nodo che prescinde dalla persona fisica che incarna, di volta in volta, quell’ufficio. La fotografia è questa: è venuto meno il consenso sul ruolo del Presidente, anche perché i Presidenti, di fronte all’agonia pluridecennale del sistema parlamentare, sono stati costretti, per la «salvezza della Repubblica», a svolgere un compito di supplenza sempre più «governante». Un ruolo rispetto al quale il Paese ha rischiato di spaccarsi drammaticamente, con punte di violenza barbare all’indirizzo del Presidente Mattarella. Ma non si può scaricare sul Presidente della Repubblica la crisi di un intero sistema. Il problema, però, non è solo di merito. Il problema è soprattutto come riuscire a farle, le riforme. Stando alle dichiarazioni di molti leader in tempi recentissimi (da Salvini a Berlusconi, da Renzi a Meloni) in Italia esiste, sulla carta, una maggioranza presidenzialista, che ha fatto capolino già da tempo, addirittura fin dalla Commissione Bicamerale D’Alema del 1997.
Ma come evitare l’ennesimo fallimento? Come evitare che, passata la buriana di questi giorni, la politica si acconci a sopravvivere, prima che deflagri la prossima crisi? Bisogna cambiare strategia. La storia ci insegna che le riforme sono sempre fallite perché il patto parlamentare che le avvia non «tiene» per tutto il tempo necessario a realizzarle. Dalle Bicamerali al Nazareno, si è iniziato con le fanfare dell’accordo bipartisan e si è finito con la guerra nucleare totale tra i partiti. Insomma, prima o poi, la riforma, da terreno di incontro, diventa uno strumento di lotta politica con altri mezzi; e il referendum finale diventa una campagna elettorale. Il 2016 sta lì a ricordarcelo.
C’è solo un modo per sbloccare questa fallimentare coazione a ripetere. La spinta popolare dev’essere all’inizio del processo. Un referendum di indirizzo deve tagliare, finalmente, il nodo e definire il mandato della politica. Per questo motivo domani depositeremo in Cassazione una proposta di legge per un referendum sul presidenzialismo. Vogliamo che i cittadini si pronuncino, una volta per tutte, e diano mandato a un’Assemblea di revisione costituzionale.
È necessario raccogliere il sentimento di milioni di italiani, di ogni orientamento, che si sentono impotenti spettatori di un’agonia inarrestabile e hanno troppo a cuore il bene del proprio paese per rimanere inerti o limitarsi a delegare. È il nostro modo di celebrare il settantesimo della Costituzione. Onoriamola, adeguandola ai tempi, come ci chiesero gli stessi Padri Costituenti, anziché venerarla ritualmente come una sacra reliquia.

https://www.youtube.com/watch?v=kv0_TuX9xfw


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