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Natale 2011 tra sacrifici e speranze

  31 dicembre 2011       Riccardo Lucarelli


Vedendo i dati economici degli ultimi mesi c'è da chiedersi se questo natale sarà come tutti gli altri oppure sarà all'insegna dell'austerità, parola ormai entrata nel vocabolario comune degli italiani e che fonda le sue radici negli anni 70 durante la quale a seguito dello choc petrolifero mondiale il governo italiano impose un risparmio obbligatorio sull'energia. Come sappiamo,l’economia mondiale ha rallentato: a partire dall’inizio dell’estate le prospettive economiche globali di crescita sono bruscamente peggiorate. Frenano, in modo più consistente le economie in fase di sviluppo, ma effetti negativi si ripercuotono anche sulle economie avanzate. I mercati finanziari, a causa di questo rallentamento economico congiunturale, stanno vivendo una maggiore instabilità e rimane incerta l’adeguatezza degli strumenti di gestione della crisi a disposizione delle autorità. L’Italia più di altre economie nell’area euro ha risentito di queste tensioni: sebbene confermata la solidità del sistema bancario, il ridotto indebitamento delle famiglie e l’assenza di particolari squilibri sul mercato immobiliare, il paese risente dell’elevato debito pubblico, della forte dipendenza dall’andamento delle esportazioni e delle deboli prospettive di crescita interna nel medio termine. La crescita economica dell’Italia rallenta e contemporaneamente aumenta l’inflazione. Durante l’estate il vecchio governo aveva varato due manovre correttive volte soprattutto ad azzerare il debito pubblico entro il 2013 ma si era poi reso assolutamente necessario rafforzare i provvedimenti per incentivare la crescita economica. Tuttavia pur rimanendo forti i segnali di una crisi mai del tutto superata, dove brevi e contenuti accenni di ripresa si scontrano oggi con nuove tensioni legate al mondo finanziario e politico,bisogna far si che ci siano politiche che mirino a rilanciare i consumi per non farci entrare in una recessione senza via d'uscita. Purtroppo l’inflazione acquisita per il 2011 è pari al +2,6% (dato Istat – mese agosto 2011). L’aumento dell’inflazione è frutto soprattutto del rincaro dei prezzi delle materie prime e possiamo presumere che a seguito della manovra dell'attuale governo (che aumenterà l'IVA di ulteriori 2 punti percentuali) il dato dell'inflazione salirà ulteriormente. C'è poi un altro aspetto da non sottovalutare ovvero il fatto che nei periodi di debolezza dell’euro, tra gli aumenti di prezzo dei prodotti importati viene particolarmente avvertito dai consumatori quello dei prodotti petroliferi. A questo proposito è interessante una considerazione, generalmente trascurata, che mostra i legami tra la politica fiscale e i più generali indirizzi di politica sociale praticati in Europa. Nel vecchio continente, all’incirca i due terzi dei prezzi al consumo dei derivati del petrolio sono dovuti all’imposizione fiscale (pur con sensibili differenze tra un paese e l’altro): i governi europei guadagnano sulla vendita di un barile di greggio molto più di quanto guadagnino i paesi produttori. L’aumento del prezzo del greggio potrebbe quindi essere facilmente ammortizzato, in Europa, riducendo il peso del fisco, ma ciò costringerebbe i governi a ridurre anche la spesa pubblica, vale a dire la spesa sociale che per i politici assicura il consenso elettorale. In altri termini, quando gli europei pagano caro il pieno di benzina, stanno in realtà pagando una parte dei servizi sociali di cui godono, e che esistono in misura molto inferiore nella maggior parte degli altri paesi. Tutto ciò si ripercuote anche sui costi delle bollette energetiche essendo il nostro un paese che non ha una vera e propria politica energetica e che è quindi costretto ad importare dall'estero con gli inevitabili aumenti di costo. Tra le possibili iniziative realizzabili da parte del Governo e volte al rilancio dei consumi,suggerirei la Riforma fiscale, con al secondo posto le Liberalizzazioni, seguite da opportuni incentivi all’Impiego femminile e giovanile. Infine, tra le iniziative “di sistema” rivolte alle imprese industriali e distributive l’unica alternativa è legata ad attività congiunte volte alla riduzione dei costi logistici di filiera, quindi migliorare il livello di efficienza. Dalla nascita dell’euro, come si è visto, il valore della moneta europea ha più volte oscillato nel rapporto con il dollaro, e di conseguenza con le altre principali valute. Si possono fare alcune considerazioni. La svalutazione è un pericoloso freno per il rinnovamento tecnologico dei paesi che la praticano: essa rende facile esportare e allo stesso tempo difende dalla concorrenza dei prodotti stranieri per l’alto costo delle importazioni, perciò le imprese nazionali, che vendono bene in casa e fuori, non sono stimolate a rinnovarsi per accrescere la produttività. Inoltre,la fiducia della finanza internazionale nell’euro resterà perennemente a rischio a causa dell’assenza di un governo politico dell’Europa, in grado di imporre a tutti i paesi quelle riforme del fisco, del lavoro, del welfare e della ricerca scientifica che i singoli governi non sanno realizzare (perché i cittadini non ne vogliono sopportare i costi a causa della loro incomprensione delle regole dell’economia e senza le quali il declino economico del continente è inevitabile. La crisi della Grecia del 2010 ha molto accresciuto i dubbi sulla tenuta dell’euro, proprio a causa della difficoltà di attuare queste riforme. C’è una domanda che gli investitori da alcuni anni pongono ai governi: “Come sarà l’Europa fra dieci anni? Un continente che cresce, produce ricerca e innovazione, capace di giocare un ruolo di leader nella politica internazionale, oppure un insieme di paesi vecchi, dove i pochi che lavorano devono sostenere un esercito di anziani e dei quali i migliori emigrano?” Queste domande hanno una logica se consideriamo che in realtà, per stimolare forti e durature dinamiche incrementali della domanda occorrono crescite demografiche che nei paesi europei non sono più in atto da anni. Come è noto, in Italia abbiamo una popolazione che sta inesorabilmente invecchiando; e se è pur vero che gli anziani benestanti e in salute di oggi consumano più di quelli di ieri, gli anziani comunque nel complesso consumano meno dei giovani. Non solo, ma per assicurare alla domanda finale incrementi non episodici occorre mettere in condizioni accettabili di consumo quelle fasce della popolazione che versano ancora in uno stato di povertà più o meno intenso. Questi temi richiamano, tuttavia, interventi di “welfare”, soprattutto sul fronte della politica della famiglia e della casa di ampia portata, che non possono essere liquidati in poche righe e che avrebbero bisogno di notevoli approfondimenti. Tuttavia essendo Natale mi piacerebbe esprimere a riguardo 3 desideri: Il primo è che sarebbe indispensabile il recupero di efficienza in alcune aree dell’offerta di servizi, al fine di ridurre i costi e “liberare” risorse per l’Azienda-Famiglia che le (ri)destinerà, auspicabilmente, al consumo. Questo consentirebbe, tra l’altro, una migliore allocazione della spesa delle famiglie e, ciò che più conta, un più alto grado di soddisfazione delle persone a parità di budget di spesa; Il secondo sarebbe volto all’attrazione di nuovi investimenti nelle aree meno sviluppate del Paese, per generare sviluppo economico facendo leva sul classico circolo virtuoso “più occupazione → più ricchezza → più consumi”; L'ultimo ma non meno importate, il miglioramento della capacità attrattiva e dell’efficacia del sistema turistico nazionale, nella più ampia competizione internazionale in quanto aumentando i flussi turistici aumenterebbero di conseguenza i potenziali consumatori. Come vediamo le ricette non mancano, il problema consiste semmai nell'applicarle con lungimiranza e determinazione.


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