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Diamoci una mossa

  8 febbraio 2012       Riccardo Lucarelli


C’è da chiedersi come mai in Italia sia sempre così difficile sviluppare una riforma, qualsiasi essa sia, senza ricorrere a uno scontro permanente tra le diverse forze politiche. Alcuni fanno risalire la colpa al sistema bipolare che accentua le distanze tra coalizioni e non permette, soprattutto in Aula, un serio e sereno confronto sui contenuti. Ammettiamo che in queste considerazioni ci sia una parte di verità, questo non giustifica però che in momenti difficili per il nostro paese (come quello che stiamo attraversando), non si possa arrivare a discutere nel merito misure che sono diventate necessarie per dare al paese una visione socio-politica nel medio e lungo periodo. Ci siamo soffermati molte volte su temi a noi cari come le privatizzazioni, le liberalizzazioni, la diminuzione della pressione burocratica e fiscale dello stato nei confronti dei cittadini, ma l’argomento che vogliamo trattare in questo caso fa riferimento alla riforma del mercato del lavoro. Prima di entrare nel merito è opportuno premette che c‘è bisogno da parte di tutti e mi rivolgo soprattutto ai giovani, di un cambiamento culturale nell’approccio alla materia così come è stata concepita fino ad oggi. Mentre, per quel che riguarda i nostri rappresentanti istituzionali, vorrei suggerirgli di mettere da parte modeste logiche politiche per guardarsi negli occhi e procedere senza alcun tentennamento. Siamo cresciuti con l’idea che debbano essere le amministrazioni pubbliche a fungere da “ammortizzatore sociale” e a garantire a ognuno di noi un posto per la sopravvivenza. Merito, questo, di irresponsabili scelte politiche a cui abbiamo dovuto assistere in tutti questi anni. Ci siamo così trovati ad avere il più alto numero di insegnanti pubblici in relazione al numero degli alunni o ad avere 5 livelli di governo del territorio che hanno un peso sulla spesa non più sostenibile. Basti pensare che dal 1992 a oggi, la spesa della pubblica amministrazione per il personale è passata da 98,9 miliardi di euro di allora a quasi 160 miliardi di oggi. Tale incremento è stato superiore a quello dell’inflazione (+ 141%) così come calcolato dall’ ISTAT che, come sappiamo, sottovaluta la crescita del costo della vita, in particolare negli anni successivi all’introduzione dell’euro. Detto ciò e premesso che questo aspetto meriterebbe ulteriori analisi per non cadere in semplici pressappochismi, vorrei concentrare l’attenzione sul fatto che l’unico vero settore che in Italia può dare delle concrete risposte in termini occupazionali è quello dell’Impresa. Il problema di fondo, però, e che queste devono essere messe in condizione di poter operare adeguatamente in un mercato che, nel caso di quello italiano, è troppo rigido rispetto a quello di altri partner europei. Al di là dell’oppressione burocratica, basti pensare che il nostro paese si trova al penultimo posto tra le 30 economie avanzate per facilità di costruire un’impresa (l’ultimo posto spetta alla Grecia), mentre a livello mondiale siamo settantottesimi, e al di là che la pressione fiscale abbia superato livelli di guardia preoccupanti (Italia al 60% dell’imponibile, la Germania al 43%, il Regno Unito al 40%), tra i fattori che compromettono la competitività del sistema Italia c’è la scarsa flessibilità del mercato del lavoro. Ora, tornando alle considerazioni iniziali, sarebbe opportuno che la proposta del Senatore del PD Ichino, definita “Interessante” dall’ex Ministro del Welfare Sacconi, venisse presa in seria considerazione come punto i partenza per una riforma che deve non “vincolare” il mercato ma renderlo più libero nell’autoregolarsi. “L’idea è quella di un codice del lavoro semplificato di 70 articoli molto chiari, suscettibili di applicarsi a tutta l’area del lavoro sostanzialmente dipendente”. L’idea è che in partenza questo “diritto del lavoro unico si applichi soltanto ai rapporti di lavoro nuovi, che si costituiranno da qui in avanti”. Come sostiene Ichino , “i lavoratori avrebbero il contratto a tempo indeterminato e le protezioni essenziali, in particolare contro le discriminazioni, ma nessuno irremovibile”. Obiettivo: superare il dualismo fra protetti e non protetti nel mercato del lavoro. Mi piacerebbe pensare che partendo da questa piattaforma si possa arrivare a una riforma ancora più coraggiosa che superi l’attuale statuto dei lavoratori e porti all’abrogazione dell’art.18. Purtroppo viviamo in un paese in cui molto spesso i sindacati, invece di proporre soluzioni per tutelare i lavoratori, si arroccano su posizioni che diventano per loro stessi controproducenti. E in questo caso mi riferisco proprio al famigerato art.18 che ha effetti negativi spesso ignorati, soprattutto da parte dei lavoratori stessi. L’ambito di applicazione dell’art.18 è circoscritto alle imprese con più di 15 dipendenti ovvero il 5% delle imprese Italiane, e uno dei fattori che non determinano la crescita di queste, è proprio la presenza di questo articolo. Al fine di evitare di rientrare nella soglia fissata per la sua applicazione accade, infatti, che le imprese scorporino la propria organizzazione in più aziende di piccola dimensione, determinando anche un freno alla creazione di nuovi posti di lavoro. Nonostante ciò l’opposizione alla sua abrogazione sarebbe, da parte dei sindacati, “senza se e senza ma”, assolutamente convinti che quello sia strumento di garanzia della stabilità del posto di lavoro. Come spiegato però dal Professor Richard Epistein, nel suo libro “Mercati Sotto Assedio”, ripreso intelligentemente in un articolo di Fabiana Alias: “E’ il mercato a creare condizioni di stabilità nei rapporti di lavoro, senza mortificare le esigenze di competitività. In un mercato del lavoro in cui vige il principio dell’employment at will, infatti, l’imprenditore che volesse proteggere dalla concorrenza di altri imprenditori il rapporto di lavoro che lo lega ad un suo lavoratore avrà come unico strumento la stipulazione di un contratto a tempo indeterminato. Sembra paradossale che attraverso il tanto vituperato ed osteggiato mercato si possa ottenere spontaneamente quello che invece si tenta, inutilmente, di imporre per legge. Ma sta proprio in questo la forza del mercato!”.


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