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Nullafacenti: il valore di una risorsa latente

  1 gennaio 2011       Emanuele Costa       Semplice


Affrontare un argomento di così forte attualità, senza correre il rischio di calamitare qualche critica, non è compito di facile soluzione, in quanto occorre misurare con la dovuta attenzione la giusta dose di pensiero razionale da miscelare con quella a contenuto prevalentemente emotivo.
Quando, poi, l’intenzione è quella di scrivere qualcosa che sembra proiettarsi controcorrente, si genera automaticamente un’esplosione di energie mentali con la finalità di fare emergere le potenzialità nascoste in un fenomeno, anche se la minaccia cui si va incontro è quella di innescare una reazione a catena, al termine della quale l’intorno circostante ha subito dei mutamenti, trasformandosi in un ambiente ancora più ostile.
Nonostante tutto, accettare una sfida così delicata non costituisce peccato, anche perché, avviare una discussione oggettiva su una tematica ampiamente consultata nell’enciclopedia amministrativa, è sempre una fonte preziosa di vitalità intellettuale.
L’obiettivo, quindi, che ci si prefigge di raggiungere è quello di spingere il lettore verso una forma di rilassamento per migliorare, riducendo la tensione accumulata, la comprensione critica dei concetti presentati. Infatti, se colto da un improvviso raptus di agitazione, limitasse la sua visione prospettica alla semplice interpretazione letterale del titolo, potrebbe farsi un’idea sbagliata sull’approfondimento, rispetto a quello che, al contrario, manifesta.
Il “nullafacente”: un termine sverginato agli occhi dell’opinione pubblica, che si presenta con prepotenza sulla scena in tutte le occasioni dove l’oggetto del contendere affronta il brand “Pubblica Amministrazione”.
Un segno distintivo che, anziché consistere in un vantaggio competitivo utile alla crescita del Paese, si configura come la principale causa del drenaggio di ricchezza nazionale, perché i costi sostenuti per fornire prestazioni alla collettività sono superiori al valore contenuto nelle stesse.
L’argomento, che oggi è quotidianamente agli onori della cronaca, ha visto la luce oltre un anno fa, grazie all’uscita nelle librerie dell’affascinante opera scritta dal Professor Pietro ICHINO («I nullafacenti», Mondadori, 2006).
Un libro che, con una chiarezza terminologica fuori dal comune, ha messo in evidenza un fenomeno già conosciuto (e volutamente ignorato) all’interno della Pubblica Amministrazione, ma, soprattutto, portato a conoscenza di quei soggetti che con il Sistema Pubblico sono costretti a rapportarsi.
Una locuzione, quella coniata dal giuslavorista, a forte impatto emozionale, un vero e proprio “warning” con il quale l’autore concentra costantemente gli sforzi per trovare una soluzione condivisa a quella che, come recita il sottotitolo, costituisce la «più grave ingiustizia della nostra Amministrazione Pubblica».
Oggi, l’espressione gettonata che ha messo in allarme i dipendenti pubblici, può considerarsi migliorata e aggiornata, perché, come per qualsiasi processo relativo all’evoluzione della specie, anche la terminologia primitiva si è perfezionata, portando a individuare tre tipologie di soggetti che possono rientrare nella più ampia famiglia dei “nullafacenti”.
Quindi, può essere utile operare la seguente distinzione:

a) nullafacente “puro” (o “di razza”): ossia il vero parassita che infesta gli ambienti pubblici, per il quale l’unico sistema di valutazione idoneo per qualificarlo è quello di derivazione anglosassone, che fonda le sue radici nell’elephant test. Si tratta, come suggerito dal Professor Pietro ICHINO, di un esame che «i giuristi anglosassoni contrappongono alle nostre disquisizioni bizantine, nei casi in cui non ce n’è alcun bisogno: se vedi un elefante, non occorrono tecniche di valutazione sofisticate per qualificarlo come elefante» (Pietro ICHINO, «I nullafacenti», Mondadori, 2006). Appartiene a questa categoria il cosiddetto “fannullone”, nel cui DNA non è presente alcuna traccia di propensione all’attività lavorativa;

b) nullafacente “ibrido”: in altre parole un soggetto che, erroneamente, potrebbe essere considerato alla stregua del “fannullone”. Si distingue, tuttavia, per essere dotato di un patrimonio genetico sano sotto il profilo della dedizione al lavoro, che, purtroppo, ha subito alterazioni a causa della permanenza prolungata in un ambiente culturalmente avverso. Rientra in questa specie quel lavoratore dolosamente mortificato, demansionato, umiliato e professionalmente deprezzato, minandone la credibilità fondata sulla conoscenza e competenza, con l’obiettivo di escluderlo dal sistema organizzativo. Aderisce a questa classificazione il cosiddetto “mobbizzato”, la cui vitalità è stata ridimensionata in modo da rendere sterile il tasso di produttività;

c) nullafacente “embrionale”: vale a dire un individuo che per meritocrazia è entrato a far parte della numerosa schiera dei dipendenti pubblici e, quindi, pur essendo dotato di quell’entusiasmo necessario per migliorare lo status quo, è stato sottoposto, dalla nascita professionale all’interno della Pubblica Amministrazione, alla terapia del “si fa sempre così e bisogna continuare a farlo”. Si tratta di quel dipendente che, convinto dei processi di miglioramento da apportare all’Ente Pubblico, si è rivelato ben presto un personaggio scomodo al vertice burocratico/amministrativo e, conseguentemente, condannato ad essere inoperoso. Rientra nel concetto il cosiddetto “demotivato”, in quanto avendo la capacità di trovare soluzioni alle diverse criticità gestionali nell’esclusivo interesse dell’Ente, non si è fatto distrarre da altre forme di pruriti, inibendo quel fattore che stimola il rendimento.

Mentre nei confronti della prima categoria di “nullafacenti”, in altre parole i “fannulloni”, non bisogna farsi contagiare dalla commozione che viene loro riservata da chi ha il potere di prendere provvedimenti, quelli rientranti nelle altre due fattispecie costituiscono una “risorsa latente” da motivare e valorizzare, anziché destinarla a ricercare forme di sviluppo dell’arte dell’ozio per far passare la giornata lavorativa.
Si tratta, quindi, di quel prezioso capitale intellettuale in grado di apportare sensibili miglioramenti al tasso di produttività e che, al contrario, viene lasciato nella naftalina (nullafacente “ibrido”) o nell’incubatrice (nullafacente “embrionale”) perché la frustrazione del vertice impedisce loro di sprigionare quelle professionalità capaci di far cambiare marcia al passo burocratico che caratterizza il cammino lungo il percorso di sviluppo della Pubblica Amministrazione.
Le recenti direttive del Ministro Renato BRUNETTA emanate nella direzione di migliorare la qualità sia del lavoro alle dipendenze della Pubblica Amministrazione, sia, soprattutto, dell’outcome erogato alla collettività, unitamente a quelle proposte dal giuslavorista Pietro ICHINO sono considerate, forse, troppo “avanti” rispetto al livello culturale esistente e, per questo, non comprese nel loro reale significato.
Purtroppo, occorre prendere coscienza che quando si propone una novità, qualunque ne sia il contenuto, il risultato induce sempre una buona dose di resistenza.
Di fronte all’orientamento al cambiamento che ha investito la Pubblica Amministrazione, si possono percepire due tipologie di sensazioni:

1) la prima, di “speranza”: nel senso che finalmente qualcuno ha avuto il coraggio e il sostegno di adottare delle decisioni in materia di lavoro all’interno della Pubblica Amministrazione per allontanare quelle “cariatidi” che ostacolano il processo di miglioramento funzionale dell’Organizzazione Pubblica. Sicuramente occorre ancora trovare quel punto di equilibrio che consente di interpretare nella direzione voluta le intenzioni di fondo che, forse, non traspaiono dalle direttive;

2) la seconda, di “preoccupazione”: poiché nel nostro Paese accade spesso che ogni norma partorita per perseguire una finalità, è sempre distorta in sede applicativa, con la conseguenza di allontanare l’intenzione del legislatore dalla realtà che sarà messa in pratica. Così facendo, il pericolo sarà quello di eliminare dalla Pubblica Amministrazione proprio quelle risorse latenti che, in quanto soggetti scomodi, viene loro imposta l’emarginazione spingendoli ad entrare nel concetto di “nullafacenti”.

Ciò che forse inquieta le risorse umane intellettualmente oneste che si trovano, per cause non dipendenti dalla loro volontà, a vegetare in questa situazione, è che al termine del processo di riforma della Pubblica Amministrazione i cosiddetti “fannulloni” siano confusi con quelli che, non essendo attratti da interessi secondari, costituiscono la vera eccellenza.
Pertanto, i provvedimenti di lotta contro il “nullafacente” non devono essere indirizzati solo alla base, per avere la certezza del successo, ma anche recapitati al vertice, perché il danno indotto da effetti persecutori ha incidenza negativa sulla produttività dell’Ente e si propaga sui costi della Struttura Pubblica.
Se questo è lo stato dell’arte, allora le prospettive formulate non sono poi da considerare così “avanti” poiché già due secoli fa il filosofo tedesco Arthur SCHOPENHAUER si era espresso affermando: «Dovunque e comunque si manifesti l’eccellenza, subito la generale mediocrità si allea e congiura per soffocarla».


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