•  

RIFUTI E CIRCULAR ECONOMY

  3 luglio 2021       Carlangelo Scillamà Chiarandà       www.reteliberale.it


Sulla gestione rifiuti a Roma e Circular Economy

 Il fallimento della gestione rifiuti urbani a Roma è sotto gli occhi di tutti, la capitale è

assediata da cassonetti stracolmi di immondizia, in balia di animali selvatici, cinghiali ,

corvi, pellicani ormai incontrollabili e rifiuti che stanno diventando una vera e propria

emergenza sanitaria.

Fra le trionfalistiche esternazioni della sindaca Raggi ed il rimpallo di responsabilità

fra Comune e Regione la situazione ha del racconto dell’assurdo.

L’amministrazione capitolina grillina nel corso degli anni, mentre ha aggravato

la situazione economico-finanziaria della municipalizzata Ama, provocando ripetute e

preoccupanti dimissioni del cda , ha con ostinazione veicolato il messaggio che i rifiuti

spariscono con la bacchetta magica, la famosa favola dei rifiuti zero e creando

aspettative irrealistiche di una velleitaria raccolta differenziata capillare.

Una capitale come Roma con i suoi 2.856.133 abitanti ed una raccolta di rifiuti urbani

giornaliera di circa 4600 tonnellate non può piegarsi alla deriva ideologica grillina, in

gran parte condivisa dalla sinistra italiana, che nel demonizzare gli impianti di

trattamento termico dei rifiuti si lascia come unica possibilità le discariche ,

altamente inquinanti, o l’invio all’estero dei propri rifiuti, ponendo la città come

esempio mondiale di incapacità nella gestione rifiuti.

Se vediamo cosa avviene all’estero , nelle grandi capitali europee, il confronto con

Roma è impietoso :

 A Parigi operano tre impianti Waste to energy , termovalorizzatori situati in

zone densamente popolate: quello di Ivry, quello di Saint-Ouen e quello di Issy-

les-Mulineaux;

 A Vienna sono operativi tre termovalorizzatori;

 In Svizzera operano ben trenta termovalorizzatori;

 In Danimarca a Copenaghen è stato recentemente inaugurato, il

termovalorizzatore progettato da Bjarke Ingels, con vista sula sirenetta , e che

prevede sul tetto ben 3 piste di sci, ormai famoso in tutto il mondo, questo a

dispetto della vulgata che vedrebbe una Europa che ha abbandonato il recupero

energetico della parte dei rifiuti non riciclabili .

Roma, in piena emergenza rifiuti, con caparbio irragionevole pregiudizio ideologico

rifiuta invece la realizzazione di questi impianti e ben 500mila tonnellate fra rifiuti e

residui di trattamento sono stati inviati (dato 2018 ) in altre regioni del nord Italia ed

Europa con un aggravio di costi che si può bene immaginare.

 Sui termovalorizzatori si dice di tutto e di più e tutti vogliono dire la loro, esperti e

non : i non addetti, molto spesso a sproposito ; altrettanto spesso pretestuosamente

quelli più informati, per i motivi più vari : facile visibilità, motivi ideologici,

orientamenti di partito/gruppo, il politicamente corretto che paga sempre bene , ecc.

La demonizzazione comincia dal nome : si devono chiamare “inceneritori” sostengono i

contrari, così si pensa al fumo, allo sporco e fa più paura e, come un mantra, si cita la

lingua inglese che li chiama “ incinerator “ , anche se per la verità nella letteratura

tecnica questi impianti sono indicati come “waste to energy plants – impianti per

rifiuti ad energia” che abbiamo tradotto con Termovalorizzatori.

E allora cominciamo col dire che passa più differenza fra un inceneritore ed un

termovalorizzatore di quella che passa fra un incendio boschivo - bruciare per

distruggere - ed una stufa a pellet - bruciare per produrre calore ; con questi

impianti si produce infatti calore ed elettricità sfruttando quella parte residua, più o

meno consistente in termini di quantità , di rifiuti non riciclabili o non riciclati.

E a proposito di rifiuti riciclabili l’industria del riciclo sta facendo passi da gigante, ma

non tutte le categorie merceologiche si prestano al riciclo e di quelle riciclabili ancora

non si riesce a riciclare il 100 % dei rifiuti, qualcuno anzi sostiene dati alla mano che è

un traguardo impossibile, e lo slogan “rifiuti zero” rimane appunto uno slogan in tutto

il mondo.

Ma come hanno fatto questi nostri colleghi virtuosi ? 

Nella Immagine di copertina, presa dall’ultimo rapporto ISPRA e relativa al 2018, si evince che:

Germania, Danimarca, Svezia, Belgio, Paesi Bassi hanno quasi azzerato il conferimento

in discarica a fronte di un conferimento importante ( 30 – 50 %) negli impianti di

trattamento termico.

Ma come nel nostro Paese tutti si affannano a dirci che questi impianti sono dannosi e

all’estero li usano in modo così significativo? E non hanno nemmeno emergenze

sanitarie, incidenze di tumori oltre la media, ecc. ecc. ?

Tanto per dare una idea della presenza ed importanza di questi impianti, nel solo

ambito europeo abbiamo :

In Europa sono stati censiti al 2014 ben 455 impianti ; si va dalla Germania con 81

impianti , alla Francia con 127 impianti , alla Danimarca con 27 impianti , all’Austria

con 13 impianti; impianti a volte recentissimi che vanno ad integrare, migliorare o

sostituire impianti obsoleti.

A titolo di esempio , gli impianti di termovalorizzazione da soli  forniscono circa il 12%

di tutta l’energia rinnovabile consumata nei Paesi Bassi.

Una gestione integrata dei rifiuti deve tuttavia vedere la produzione di energia da

rifiuti “Waste to Energy” ( termica ed elettrica) come una delle tessere del mosaico

che compone la Circular Economy, in una ottica di un successivo e ripetibile riutilizzo

virtuoso dei rifiuti ; un discorso molto ampio che in una sorta di filiera parallela e

speculare a quella della produzione dei beni si preoccupi della loro gestione, passo

dopo passo, una volta utilizzati.

Come sappiamo la riforma europea si propone di adottare misure a sostegno della

gerarchia sui rifiuti, che vede al vertice la prevenzione, poi a scendere la preparazione

per il riutilizzo, il riciclaggio, il recupero, il recupero energetico e, infine, lo

smaltimento.

Un riciclaggio consapevole delle esigenze di trasformazione dei rifiuti in materia

riutilizzabile non può tuttavia non tener conto della qualità del materiale raccolto,

certo ben diverso da quello che siamo abituati a vedere nei secchioni di differenziata,

Roma ne è un esempio lampante, e questo apre tutta una serie di scenari e possibili

soluzioni che non possono prescindere dal coinvolgimento volontario dei cittadini,

auspicabilmente incentivati nell’attuazione del ciclo virtuoso dei rifiuti.

Dalla raccolta porta a porta, quindi, al conferimento volontario e remunerato; un

cambio di rotta che potrebbe rivelarsi la strategia vincente.

Carlangelo Scillamà Chiarandà

Centro Studi RETE LIBERALE dip Ambiente 


NEWSLETTER