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Sinistra

  13 agosto 2020       Eugenio Capozzi       ReteLiberale


La scelta di Kamala Harris come candidata vicepresidente per il partito democratico al fianco di Joe Biden sarebbe una follia in una "normale" logica di democrazia competitiva.
Si tratta infatti di una esponente dell'ala radicale del partito, sostenitrice di tutti i luoghi comuni della sinistra "diversitaria", che per ogni voto guadagnato tra gli smandrappati fan di Black Lives Matter e simili ne farà perdere quattro tra gli elettori moderati impauriti, spinti dal suo estremismo e dall'inconsistenza di Sleepy Joe a rifugiarsi sotto l'ala nazionalpopulista law and order di Trump/Pence.
Il fatto che sia stata messa lì si spiega soltanto in un modo: "in quanto" donna e "afroamericana" (tamil con qualche goccia di sangue giamaicano nelle vene, in realtà), la Harris sarà esibita come una specie di totem, e chiunque la criticherà sarà sistematicamente bollato come razzista e sessista.

Questa è la sua unica "funzione": tappare la bocca al contraddittorio e imporsi per "diritto divino" come appartenente a "specie protette"
La "identity politics" e la dittatura delle minoranze stanno ormai distruggendo completamente la democrazia occidentale, anche nel paese in cui essa ha (aveva) radici più solide, riportandola ad uno scontro tribale in cui le argomentazioni non servono più a nulla.

Eugenio Capozzi (Napoli, 1962) è professore ordinario di Storia contemporanea presso la facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Napoli «Suor Orsola Benincasa». Fa parte del comitato scientifico della rivista «Ventunesimo Secolo» e della redazione di «Ricerche di storia politica». È autore di diversi volumi tra cui: Il sogno di una costituzione (2008), Partitocrazia (2009) e Storia dell’Italia moderata (2016). 

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