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Trump, il difensore dell’Occidente

  22 luglio 2020       Vito de Luca


Non è vero che Trump sia stato “divisivo”, come certa stampa l’ha definito, nel suo discorso nel giorno dell’Indipendenza. Tra l’altro, come se l’essere concilianti fosse beneagurante o auspicabile, in politica. Per Giovanni Gentile, ad esempio, non fu così, perché al Discorso agli italiani, del giugno del ‘ 43, in Campidoglio, a Roma, seguì il suo assassinio dell’anno successivo da parte dei gappisti, e proprio per aver pronunciato quel discorso di conciliazione. E poi, come categoria del “politico”, come ha insegnato Carl Schmitt, è la diade amico-nemico a contraddistinguerla: dicotomia che non significa mai nientificazione del nemico – come di fondo intendeva Kant – ma riconoscimento di esso. Detto questo, ai detrattori di Trump in servizio permanente effettivo, va fatto notare che è proprio la difesa ad oltranza delle statue, dal vandalismo degli insorti in nome di fantomatici principî che essi stessi negano, il tema che unificherà il paese. Sotto quest’egida, ogni americano liberale si riconoscerà, quand’anche si definisse un liberal (va sempre ricordato che negli Usa i liberal non sono i liberali europei, ma, casomai, i cosiddetti progressisti). E Trump punta ad unire proprio attraverso l’impegno profuso nel salvare statue e preservando i monumenti della storia americana, anche in vista della sua rielezione autunnale. E la libertà la si difende anche contrastando i manifestanti e quei ben poco democratici, autentici fiancheggiatori dei devastatori in azione. E poi, diciamolo: la spinta al presidente nello sfruttare le divisioni – culturali o politiche che siano – non solo gli è stata offerta dai devastatori e da tutto l’apparato sistemico degli ideologi attivi sorretto dai media – ma è una strategia che Trump conosce bene, la quale ricorda anche il “massacro americano” che ha descritto nel suo discorso inaugurale.

Divisioni che gli vengono offerte anche dalla richiesta di de-finanziare la polizia, la quale si ritorcerà contro proprio verso chi la sta richiedendo con violenza, ricompattando quella maggioranza silenziosa che non urla, non scende in piazza e lavora, la quale vuole sicurezza. Sicurezza che solo Trump può garantire. Altro che divisionismo, pertanto, di Trump, che unifica attraverso il richiamo alla comune tradizione americana, costituita da una medesima origine, superando anche quella violenza che è alla base fondativa di alcune città, come New York. Ma il discorso ai piedi del monte Rushmore ha fatto qualcosa di più, che dare una caratterizzazione al rally di novembre per la Casa Bianca. Il discorso del 4 luglio ha consacrato, definitivamente, Trump, come leader politico non solo degli Usa, ma dell’intero Occidente. È lo spazio vuoto che ancora mancava nel puzzle della carriera del tycoon americano, ora riempito. Insomma, il 4 luglio 2020 è la data in cui Trump è assurto a comandante di un Ovest culturale e politico senza nocchiere, proprio quando ha messo in guardia, tutti, dall’esistenza di «un nuovo fascismo di estrema sinistra che richiede fedeltà assoluta». E guai «se non parli il suo linguaggio, esegui i suoi rituali, reciti i suoi mantra e segui i suoi comandamenti», poiché «allora sarai censurato, bandito, inserito nella lista nera, perseguitato e punito». Parole che andrebbero scolpite su un altro monte americano, tipo il Rushmore. Trump, con questa riflessione, paragonabile a quelle della liberazione che de Gaulle tenne a Bayeux negli anni ’40 – ha definitivamente abbandonato sé stesso – quello dell’arte di fare affari – per divenire uno statista, il quale, proprio nel richiamo al passato, da un lato traccia il destino del paese, dall’altro tiene in vita quel american dream, costituito soprattutto dall’ottimismo nel futuro, che denega il pessimismo di quella ragione tra l’altro illogica. Un razionalismo che da una parte si appella astrattamente a dei principî definiti universali, e che, da un’altra, nel concreto, li nega. Proprio come accade con l’imbrattamento, la decapitazione e il rovesciamento delle statue. L’intento unificatore di Trump, inoltre, lo si è avvertito anche in altri passaggi del discorso della settimana scorsa, non messo in risalto dal lamestream media.

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Dal discorso del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump in South Dakota davanti al monte Rushmore

Nelle nostre scuole, nelle nostre redazioni, persino nelle nostre sale riunioni aziendali, c'è un nuovo fascismo di estrema sinistra che richiede fedeltà assoluta.

Se non parli la sua lingua, esegui i suoi rituali, reciti i suoi mantra e segui i suoi comandamenti, allora sarai censurato, bandito, inserito nella lista nera, perseguitato e punito. A noi non succederà.

Non ingannatevi.

Questa rivoluzione culturale di sinistra è progettata per rovesciare la rivoluzione americana. In tal modo distruggerebbero la stessa civiltà che ha salvato miliardi dalla povertà, dalle malattie, dalla violenza e dalla fame e che ha portato l'umanità a nuovi livelli di successo, scoperta e progresso.

Per renderlo possibile, sono determinati nel demolire ogni statua, simbolo e memoria della nostra eredità nazionale...

Il caos violento che abbiamo visto nelle strade e nelle città che sono gestite dai democratici progressisti è il risultato prevedibile di anni di estremo indottrinamento e parzialità nell'istruzione, nel giornalismo e in altre istituzioni culturali.

Contro ogni legge della società e della natura, ai nostri figli viene insegnato a scuola a odiare il proprio paese e a credere che gli uomini e le donne che lo hanno costruito non fossero eroi ma dei malfattori.

La visione estremista della storia americana è una rete di menzogne, ogni prospettiva viene rimossa, ogni virtù viene oscurata, ogni ragione viene deformata, ogni fatto viene distorto e ogni difetto viene ingrandito fino a quando la storia viene eliminata e i risultati vengono sfigurati in modo da renderli irriconoscibili.

Traduzione e pubblicazione di Niram Ferretti


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