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Covid19, panico e decadenza dell'Occidente

  1 giugno 2020       Bino Nanni       Rete Liberale


Di Sabino Nanni - È mia opinione che l’epidemia di Covid-19 abbia reso particolarmente evidenti gli elementi di fragilità di gran parte del mondo occidentale, a livello sia individuale, sia collettivo. In primo piano c’è stato, e c’è tuttora, il panico. In generale (e l’attuale situazione non fa eccezione) chi, di fronte al pericolo di morire, è preso dal panico non è tanto chi sa vivere pienamente la propria vita, quanto chi, sul piano soggettivo, non ha mai vissuto. Costui, sia per la sua superficialità, sia per una tendenza ad ingannare sé stesso e gli altri, non ha mai capito chi lui stesso sia, ossia quali siano le particolari aspirazioni che lo caratterizzano e quale sia il suo personale progetto di vita con cui realizzarle. La vita, per lui, si riduce quasi esclusivamente a pura esistenza corporea, debolmente animata da effimeri piaceri e da soddisfazioni insignificanti e ingannevoli. Il pericolo di morire non suscita in lui, come nella persona più sana, una paura commisurata alle sue cause, ma (come nell’ ibseniano Peer Gynt) il terrore di “morire senza essere mai veramente nato”. La fine della vita, per queste persone, non significa il termine entro il quale i progetti di vita devono realizzarsi, in parte o del tutto; oppure il momento in cui occorre “passare la staffetta” ad altri perché li compiano. La morte, per loro, è la fine di tutto, proprio di tutto, anche di ciò che poteva esserci e non c’è stato. Per tale motivo questi individui non pensano mai alla morte, la negano, fino a quando non se la trovano davanti agli occhi. Sono, allora, presi dal panico, perdono il senso della dimensione reale delle cose, regrediscono e perdono la fiducia nelle proprie risorse adulte, si sottomettono acriticamente a chi promette di salvarli, imitano malamente chi vanta la capacità di risolvere il problema. La mia opinione è che questo vuoto di vitalità interiore dipenda principalmente dalle carenze affettive ed educative di una famiglia sempre più incline a dissolversi. Una famiglia non più capace di fornire un sostegno a quelle sane ambizioni, a quella fierezza per le proprie attitudini, a quelle mete ideali che, in condizioni sane, ci permettono di capire che fare della nostra esistenza, di vivere in modo autentico e d’intendere la morte come conclusione ineluttabile di una vita che è stata veramente tale. Come la fine inevitabile di una storia che ci è piaciuta. Sabino Nanni, medico psichiatra


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