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CLIL e dintorni

  25 gennaio 2020       Nicoletta Di Giovanni       Scuola Libera


David Marsh, il padre dell' acronimo CLIL - Content Language Integrated Learning- , nel 1994, diede un nome al metodo didattico per eccellenza della Scuola dell’Infanzia.
In realtà, messo a punto per il Secondo ciclo d'istruzione e in via sperimentale per il Primo. Neanche a dirlo, nell'ordine Infanzia, il CLIL e cioè il laboratorio di L2 è lasciato alle competenze "spontanee" e volenterose dei suoi docenti.
Infatti, le Unità didattiche in CLIL sono finalizzate all’ apprendimento della lingua straniera in contesto: le funzioni linguistiche, che sia L1 o L2, vengono presentate in un ambiente di apprendimento motivante, massimamente in situazione di routine scolastica.
Negli altri ordini, la lingua è appresa attraverso la disciplina non linguistica e la disciplina non linguistica è appresa attraverso la lingua, insieme, contemporaneamente. L’insegnamento CLIL mira al raggiungimento di due obiettivi di apprendimento con una sola azione: la costruzione di competenze disciplinari adeguate al livello scolastico di riferimento e la costruzione di competenze linguistiche nella lingua straniera.
Il CLIL non sostituisce le normali lezioni d’inglese, ma affianca l’insegnamento linguistico curricolare, creando una maggiore esposizione alla lingua straniera e un ambiente d’apprendimento meno artificiale, più legato alla vita reale della classe.
Si rivela vincente, come avviene per lo sviluppo del linguaggio in età prescolare, l’applicazione dei dettami del communicative approach, con l’utilizzo di dispositivi multimediali, glottodidattica ludica, approccio multisensoriale - TPR- e attivazione dei tre canali percettivi (visivo, uditivo e cinestetico).
Tutto ciò accade naturalmente nella scuola dell’Infanzia, dove non c’è bisogno di simulare esperienze per l’immanenza del curricolo implicito: il contesto è l’esperienza che crea le necessità comunicative per apprendere le funzioni linguistiche. Si usa la lingua straniera per giocare, sperimentare, osservare, comparare, classificare! La scuola dell’infanzia è essa stessa una strategia per imparare; è lo spazio didattico delle learning skills.
Il CLIL è diventato uno dei concetti chiave che permeano gran parte della legislazione scolastica, ma è facile intuire come il CLIL- Infanzia, nato dalla didattica laboratoriale propria di questo ordine, difetti di quella sistematicità progettuale per l’inserimento a pieno titolo nel curricolo verticale, come pure è trascurata o poco riconosciuta la specifica competenza in didattica l2, dato che, purtroppo, siamo molto lontani dal poterla considerare come competenza diffusa e presupposta.
Contenuto e abilità sono integrati e connessi per far alunni competenti ed è proprio questa la grande sfida del CLIL: riuscire a proporre ambienti d’apprendimento dove una tale integrazione possa aver luogo. Ecco, la scuola dell’infanzia, per sua essenza così competente, è il segmento primario deputato a lanciare questa sfida, ponendosi come base, in tandem con le learning technologies, per un curricolo verticale di successo.
Va da sé, che per il raggiungimento della Competenza chiave europea multilinguistica, si deve iniziare dall'ordine Infanzia, un'operazione delicata che richiede insegnanti preparati: competenza linguistica per gestire le attività, i giochi, le relazioni nella classe; conoscenza della glottodidattica e degli idonei approcci metodologici.
È molto importante inserire la lingua straniera all'interno del curricolo verticale, rispettando quelle che sono le finalità di quest'ordine di scuola. Quindi, meglio non improvvisarsi insegnanti di L2 nella convinzione che sia sufficiente conoscere poche parole, numeri entro il 10, colori e tanti auguri; proporre inutili e spesso dannose schede da colorare, leggere e scrivere quando l'abilità regina è l'ascolto!
Né una laurea magistrale in lingue straniere è garanzia di successo, se non si ha pratica delle tappe dello sviluppo linguistico dei bambini in termini di Factor age: tempo di esposizione all'input linguistico, contesto esperienziale di qualità.
Si tratta, purtroppo, di una specifica competenza in glottodidattica non formalmente attesa dalla Scuola, ma pretesa dal docente che ne sa. Nessun dramma per chi non ne sa e né vuol saperne. Stesso discorso, mutatis mutandis, per la didattica digitale del PNSD. Sono competenze europee cd "chiave" che però hanno tutto il tempo del mondo per aprire le sue porte. Entro e non oltre l'apocalittico 2030, of course!
È la Scuola delle Competenze come eventualità, senza più bonus di merito, figurarsi il demerito. I soliti circoli viziosi, omologanti e livellanti da Istruzione Unica, che compete con se stessa.
N. Di Giovanni - dipartimento Scuola Libera di Rete Liberale


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