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Alla ricerca di un sogno e di una visione

  8 ottobre 2019       Luca Proietti Scorsoni


Siamo come un belvedere affacciato sull'infinito ma incapace di scorgere il panorama. Viviamo d'istanti e derubrichiamo il futuro alla stregua di una protesi del destino, entità impercettibile eppure presente ma slegata dalla nostra volontà. Siamo un Paese che reputa esiziale non tagliare un cospicuo numero di parlamentari ma, al contempo, affronta con noncuranza la cronica patologia di una spesa pubblica ormai fuori controllo e di uno Stato ramificato, soffocante, paternalistico e, nonostante ciò, ormai privo di una ben che minima autorevolezza. Siamo quel nugolo di ragazzi pronti a bigiare la scuola in favore del ritorno di ideologie verdi e di ecoterrorismi di sorta e nessuno che alzi un braccio per un debito statale spaventoso che pone una seria ipoteca ai sogni del proprio domani. Siamo assuefatti da una partitocrazia ormai orfana dei partiti di riferimento che hanno delegato alle consorterie locali il veto sulle dinamiche sociali ed economiche. Siamo coloro che hanno voluto abbandonare i loro dubbi fecondi per sostituirli con certe granitiche ma fragilissime. Siamo individualisti statalisti che rivendicano la propria indipendenza dal "sistema" per poi chiedere protezione allo stesso: non cresciamo, non rischiamo, non osiamo più essere pazzi, come esortava Giovanni Papini. Cerchiamo appiglio su di uno scoglio consapevoli che questo non potrà più arginare il mare e le sue onde. Siamo persuasi che il vecchio stato sociale, bene o male, terrà botta ai marosi della globalizzazione e non ci adoperiamo affinché accanto alla parola "welfare" il termine "society" sostituisca lo "state". Eppure dovremmo, se non altro, intuire che liberalizzare non vuol significare affatto privatizzare creando così masse di esclusi, non foss'altro perché il nostro Paese ha dato i natali a gente tipo Luigi Einaudi, Sergio Ricossa e Bruno Leoni che qualche insegnamento dovrebbero averlo pur lasciato. Siamo atei devoti che insultano la Chiesa quando fa il suo lavoro, cioè quando affronta il tema dell'escatologia umana combinata con la presenza dell'Altrove, e la idolatrano nel momento in cui San Pietro diviene una succursale di Green Peace con tanto di rispolverata alla teologia della liberazione decisamente fuori tempo massimo. Siamo, o almeno, pensiamo di essere dei bravi tattici, ci illudiamo di questa nostra condizione, ma poi siamo altresì totalmente incapaci di avere una visione, forse perché non ricordiamo di quanto sia importante averne una: la stessa che poi ci permette di immaginare l'Italia da qui ai prossimi decenni e gli strumenti da adoperare affinché questo idealtipo di patria possa effettivamente essere realizzato. Siamo stati ormai depredati di quella lucida follia che un imprenditore brianzolo riuscì a dispensare a piene mani provando a rintuzzare la vocazione al sogno insita in ciascuno di noi. Ma purtroppo pare che l'onirico abbia fatto spazio all'egemonia del tangibile e ad un ciclico ritorno dei peggiori deja-vu della Storia. Mala tempora currunt.


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