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La lezione di Bruno Leoni sull'individualismo

  19 settembre 2019       Riccardo Lucarelli       RL


di Riccardo Lucarelli - Non tutti sanno che il 18 marzo del 1950 uscì sulla rivista "Il Mondo", di cui era direttore il grande intellettuale liberale Mario Pannunzio, un interessantissimo articolo di Bruno Leoni che riguardava la recensione di un libro di Frederich von Hayek "L'individualismo: quello vero e quello falso" non ancora pubblicato in lingua italiana e che vedrà la luce soltanto nel 1997 grazie alla lungimiranza della casa editrice Rubettino, tra le prime in Italia a investire sulle tesi ed i pensatori liberali.
Scrive Leoni che “la parola individualismo designa anzitutto il complesso delle dottrine (cui Hayek si ricollega) che iniziano il loro sviluppo moderno con John Locke, Bernard de Mandeville e David Hume, per prendere pieno risalto con Josiah Tucker, Adam Ferguson, Adam Smith e Edmund Burke”.
Ebbene von Hayek evidenzia un individualismo vero da quello falso: quest’ultimo è quello influenzato dal razionalismo francese e continentale. ”Rappresentato dal Rousseau, questo «individualismo» tende, in realtà, a trasformarsi in una dottrina opposta, cioè nel socialismo e nel collettivismo, così da costruire una fonte assai importante del socialismo moderno.”
L’individualismo, quello vero ossia di tradizione anglosassone “è una teoria scientifica della società prima ancora che una dottrina politica. Nel suo esame della società, questa teoria scopre che molte istituzioni (il linguaggio, i costumi, le regole spontanee della convivenza umana, il mercato) non sono riducibili ad alcun singolo piano individuale, sebbene sussistano per il concorso spontaneo, attivo e costante, di innumerevoli individui.
L’idea che la spontanea collaborazione degli uomini liberi crei spesso cose più vaste e durature di quanto i loro pensieri individuali possano mai pienamente comprendere, è infatti il grande tema di Josiah Tucker, di Adam Smith, di Ferguson e di Edmund Burke fin dal secolo Diciottesimo: e la scoperta del «mercato» (a opera degli economisti classici) non è che un’applicazione particolare di quest’idea, che è diventata la base della nostra comprensione, non soltanto della vita economica, ma di tutti i fenomeni realmente sociali.”
Questa teoria rende chiara la distinzione ideale tra due visioni opposte che via via prenderanno sempre più forma e articolazione nel corso del '900 e che porteranno molti filosofi del diritto a distinguere l'individualismo come «l’ordine che troviamo nelle cose umane [inteso] come risultato imprevisto di azioni individuali» e la visione collettivistica secondo la quale «ogni ordine» sarebbe il frutto di un «deliberato progetto».
Proiettando tale impostazione ideale ai giorni nostri potremmo sicuramente constatare l'assoluta attualità di tali visioni, mai del tutto assopite dalle nuove ondate filosofiche che hanno pervaso l'occidente nel dopoguerra e che non sono altro che l'evoluzione malsana di due approcci chiari e ben delineati.
Avere chiara questa distinzione per noi liberali classici significa non rassegnarsi al normativismo kelseniano tanto in voga tra i progressisti che vorrebbero lo Stato come arbitro unico ed indiscutibile dei rapporti sociali ed economici, significa contrastare con argomenti concreti il rischio di una deriva rousseauiana che vede nel "contratto sociale" la soluzione a tutti i mali che affliggono la società contemporanea. RL

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