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DIMENTICARE BERLINGUER

  14 giugno 2019       Gerardo Verolino       RL


di Gerardo Verolino - Dopo il 25 Aprile e il Primo Maggio (non il 2 Giugno che con la sfilata delle forze armate assume i caratteri di una festa troppo marziale e di destra; si sa la sinistra è pacifista e antimilitarista) arriva la terza festa ufficiale dei progressisti italiani: l'11 Giugno il giorno della morte di Enrico Berlinguer. L'episodio del malore, durante un comizio a Padova, in presa diretta, del piccolo segaligno segretario comunista durante un comizio a Verona suscita, anche in chi comunista non è, una forte commozione che si manifesta, qualche giorno dopo, con la presenza di circa un milione di persone al suo funerale, quando egli, a causa di un'emorragia celebrale, muore. I funerali del segretario vengono seguiti con partecipazione emotiva, in un'Italia sinceramente scossa dall'evento, da milioni di persone in televisione. Il presidente Pertini si inginocchia, con la sua solita teatralità, davanti alla bara del leader comunista. Mentre Una serie di registi, fra cui Scola e Citto Maselli, realizza un film documentario di successo sull'evento "Ciao Enrico" cosi come Guttuso aveva celebrato i funerali di Togliatti su una tela. La scia di quel drammatico ed appassionato episodio si riverbera poco dopo, quando alle elezioni europee, il Pci raggiunge il suo picco storico di voti, superando, per la prima volta, la Democrazia cristiana e attestandosi al primo posto.
Ma basta la commozione collettiva per aver assistito in diretta agli ultimi momenti del politico sardo (e al mito alimentato negli anni da Veltroni e Benigni) a giustificare il grande amore che, da allora, e per i trentacinque anni a seguire, il popolo della sinistra, manifesterà per Enrico Berlinguer al punto da farne un proprio idolo, o un proprio santino da inserire in un ipotetico Pantheon dei padri nobili della sinistra italiana? La risposta è no. Anche perché oltre la commozione per la tragica fine, delle idee, della visione e del messaggio di Enrico Berlinguer, resta poco o niente.
Egli è l'uomo che, dal '72, quando alla morte di Togliatti e dopo Longo, gli succede alla segreteria, fino alla fine dei suoi giorni, nel 1984, da segretario del primo partito comunista d'Occidente, è il fedele custode della dottrina marxista d'ispirazione sovietica, che vorrebbe applicare in Italia, l'attuazione della quale ha avuto un effetto devastante in ogni Paese che l'ha sperimentata. È l'uomo che prefigura "il declino irrimediabile della funzione dirigente della borghesia". In pratica vaticina, sbagliando, il collasso del capitalismo a favore del marxismo. È colui che tenta di smarcarsi da Mosca coniando l'eurocomunismo, una sorta di comunismo in salsa occidentale, insieme ai colleghi francesi e spagnoli, per dare l'idea di un affrancamento dai sovietici. Ma l'esperienza naufraga quasi subito. Inoltre, se vuole smarcarsi dall'Unione Sovietica deve rinunciare al fiume di rubli che arrivano da Mosca per finanziare il partito e che fino al 1989, ben oltre la sua morte, affluiscono nelle casse del PCI ("L'oro di Mosca", Gianni Cervetti) per la cifra complessiva di circa 1000 miliardi delle vecchie lire ("Oro da Mosca", Valerio Riva). Rivendica una diversità del suo partito dagli altri ponendo al centro una "questione morale" che sa tanto di grillismo ante litteram: cioè fuffa allo stato puro. Dice che i partiti, nel 1981, "hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni, gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai-TV, alcuni grandi giornali". Ironia della sorte, i comunisti, pur stando all'opposizione, occuperanno una rete creata dal governo appositamente per loro, in cui verrà assunta anche Bianca la figlia del segretario. Incapace di raggiungere il potere attraverso il voto della maggioranza degli elettori (a sinistra i socialisti di Craxi, ormai un partito moderno e riformista, aborrono l'idea di un'alleanza col Pci un partito con idee vetuste) tenta l'accordo con la Dc, con la teoria del famoso "compromesso storico". Ma anche questo non si concretizzerà perché la sua idea di creare, attraverso un patto con la Dc, una Grosse Koalition, o un Super Stato, risulta, ai tempi, impraticabile. È un uomo di poche idee e confuse che si perdono nel grigiore dei suoi pensieri di funzionario di partito. Pensa e agisce in linea col suo carattere: introverso e malinconico. Non spicca per genialità né è uno che sa infiammare le folle. "Enrico non appartiene a quel tipo di giovani brillanti ed estroversi - scrive Chiara Valentini nel suo "Enrico Berlinguer"- di cui Togliatti, con civetteria, ama circondarsi e che raccoglie attorno alla rivista "Rinascita". E non ha certo lo spirito e la conversazione di Antonello Trombadori, di Caprara, di Fabrizio Onofri e del pittore Paolo Ricci".
Ha una concezione della democrazia, all'interno del partito, di tipo leninista, il cosiddetto "centralismo democratico", che è meglio non esportare in altri ambiti.
È un leader del quale non si può tramandare un pensiero, una linea politica, un'intuizione, che sia ancora valida oggi, come non lo era allora. Non è un innovatore, un modernizzatore o un riformista. È l'uomo della stagnazione brezneviana nel partito. Eppure, a sinistra, anche e soprattutto fra tanti giovani è un mito da celebrare e da ricordare nonostante rappresenti il simbolo peggiore: quello massimalista che perde sul tavolo della storia. Una sinistra che non riesce, nel 2019, a fare i conti con la propria storia, rimuovendo Berlinguer e attingendo dal proprio Pantheon ad autentiche figure del riformismo, è destinata, con buona pace di Veltroni e Benigni, alla sola testimonianza e all'irrilevanza perpetua.
GV


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