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I funerali di Bush e quella lezione dell'America all'Italia

  7 dicembre 2018       Gerardo Verolino


- di Gerardo Verolino

La gente ama i matrimoni reali. E stravede per quelli della Monarchia inglese: i Royal Wedding. Eppure non c'è niente di più coinvolgente, solenne e sontuoso dei funerali degli ex presidenti americani. Lo abbiamo visto in questi giorni assistendo al funerale del 41mo presidente degli Stati Uniti, George Bush, "Poppy", l'eroe di guerra, il vincitore del Conflitto del Golfo Persico, l'uomo che mette fine alla Guerra Fredda e accompagna la caduta del Muro di Berlino, che ha visto stringersi intorno al feretro del vecchio presidente, una nazione intera.
Avviene sempre per la morte di un presidente americano. Sia esso repubblicano o democratico. E non c'è niente di più unificante e bipartisan. Con partecipazioni emotive vere.
Il funerale più seguito, spettacolare e commovente della storia resta quello, ineguagliabile, di Ronald Reagan, il più amato e popolare presidente americano. Comincia il 5 Giugno del 2004 quando il corpo da Los Angeles arriva a Washington e termina l'11 di Giugno quando ritorna nella Simi Valley dove risiede la Library californiana di Reagan, con la bara che viaggia da una costa all'altra del Paese affinché la gente possa, per l'ultima volta, vedere, toccare e salutare, sventolando la bandiera nazionale, il suo amato "Gipper". Resta anche il più costoso di sempre, ben 260 milioni di sterline (quello di Giovanni Paolo ll costa "solo" 6 milioni di sterline, per dire, mentre per quello di John Fitzgerald Kennedy si pagano 7 milioni).
Su cosa sia stato il funerale di Reagan come fenomeno di massa e mediatico c'è lo dice il fatto che è oggetto di studio di esperti di fenomeni sociali e massmediologi di rango. Ma Reagan è un idolo e un'icona della storia americana che possiede una naturale capacità espressiva che, non a caso, gli vale l'attributo di Great Communicator. Si può dire che, in questo caso, abbia saputo comunicare anche da morto.
L'aspetto peculiare che accomuna tutti i funerali degli ex presidenti americani, i cui riti scanditi da passaggi di esemplare bellezza visiva: dalla bara avvolta nella bandiera americana sostenuta da eleganti e inappuntabili soldati, alla marcia del presidente degli Stati Uniti, "Hail to the Chief" suonata dalla Banda della Marina che annuncia l'entrata del presidente, allo sparo dei 21 colpi di cannone, rende la cerimonia uno spettacolo suggestivo che risveglia il sentimento nazionale. In quelle ore, in quei giorni, l'asprezza della battaglia politica si ferma. Le risse verbali tacciono. Non esistono nemici. Ma solo americani che si ritrovano per onorare un proprio servitore, grande o piccolo che sia. È vero che John McCain (che non è mai diventato presidente) non ha voluto Trump ai suoi funerali. Ma il suo resta un episodio isolato che non intacca la consolidata tradizione che vede trionfare, in quei frangenti, il fairplay anche fra acerrimi avversari partitici. È una lezione di civiltà e di patriottismo ammirevole.
Discorso diverso in Italia, dove un evento del genere risulta irrealizzabile (tranne che per i morti della cronaca nera) da quando, il paese è stato infettato dal virus dell'odio nei confronti della classe politica che sarebbe costituita da soli appartenenti di una turpe Casta che pensa solo agli affaracci propri e non all'interesse della nazione.
È il germe della discordia che dal '92, da Tangentopoli, ha appestato la nostra società seminando la zizzania tra gli italiani e i loro rappresentati. È dal lancio delle monetine contro Craxi che, i cittadini, non smettono di linciare la loro classe politica, ritenuta, a priori, laida e immorale e verso la quale bisogna inveire sempre e comunque. Non abbiamo al governo oggi una formazione politica che ha vinto grazie all'ideologia del vaffanculismo? Proprio Craxi, ad esempio, che pure ha servito il Paese per tanti anni, muore in una terra lontana, nel discredito generale ed immotivato dei suoi concittadini. Eppure anche il Cancelliere tedesco Khol viene colpito, più o meno, dalle stesse accuse piovute sul capo del leader socialista. Ma nessuno, in Germania, pensa di metterlo alla gogna o pensa di sciogliere il partito della Cdu, che ritornerà, qualche anno dopo, al governo.
E Andreotti? Il divo Giulio, altro longevo primo ministro italiano, alla sua morte, chiede funerali strettamente privati. E non è il solo. A fargli compagnia ci sono i recenti presidenti della repubblica, da Cossiga a Scalfaro (alle cui esequie una parte politica, il centrodestra, non parteciperà per protesta) a Ciampi. E non per un gesto di umiltà. Ma perché ritengono sconveniente accomunare il proprio nome a quello degli altri colleghi. La discordia emerge in modo palese dalla coltre dell'ipocrisia, quando, in una lettera al presidente del Senato di allora, Schifani, Francesco Cossiga, chiede che ai suoi funerali non si presenti nessuna autorità, ma solo i semplici cittadini.
Se la morte di un presidente americano risveglia il sentimento nazionale nella popolazione, quella di un presidente italiano, gli istinti peggiori.


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