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De Magistris che non si vergogna di Che Guevara

  24 ottobre 2018       Gerardo Verolino


di Gerardo Verolino - Può un uomo politico "maturo" (e non Maduro) adulto e consapevole esprimersi come un adolescente ginnasiale di fronte all'immagine di un mito controverso e condannato dalla storia democratica, come il leader della Revolucion cubana Ernesto Che Guevara, senza provare un minimo d'imbarazzo? Può se si chiama Luigi de Magistris, il caudillo che da quasi otto anni (s)governa la città di Napoli, che sul suo profilo Facebook dietro la gigantografia di un assorto Che Guevara, ritratta sulla facciata di un palazzo della periferia napoletana, esprime lodi sperticate per il noto criminale argentino, azzardando un parallelo fra la situazione cubana e quella napoletana dal momento che "quel pensiero rivoluzionario così forte, potente e vero si contestualizza molto bene con il clima politico ed istituzionale contro il quale abbiamo lavorato e lottato senza mai mollare in questi durissimi anni", concludendo, goffamente ed in preda a incontrollate pulsioni ormonali da sedicenne in calore, il suo post con un "Hasta la Victoria Siempre!". Il ritratto, per la cronaca, è opera di un "pompato" writer napoletano, Jorit Agoch, su cui il sindaco di Napoli ha posato da tempo la sua benevola mano sulla spalla per farne il pittore di corte e facendolo passare per una sorta di Alberto Korda, ovvero Alberto Diaz Gutierrez, il fotografo ufficiale della Revolucion che ha contribuito alla diffusione del mito del Che (anche nella sua variante kitsch) quando lo riprende "encabronado y dolente" (corrucciato e triste). Questo Agoch è lo stesso artista di strada che, per la cronaca, qualche mese fa, è andato a Betlemme a provocare gli israeliani tratteggiando sul muro che divide Israele dalla Cisgiordania, l'effige di Ahed Tamimi, la ragazzetta assurta a star della propaganda palestinese, per cui è stato fermato dalla polizia e diventando così, per grazia ricevuta, un nuovo martire della spietata (sic) "Gestapo ebraica". Ebbene, De Magistris non si vergogna. Non ha pudore né imbarazzo nel mostrarsi, lui e non uno sprovveduto liceale, con il volto del Comandante, denominato, quando dirige la famigerata prigione de La Cabana "il macellaio del carcere-mattatoio" e che, in breve tempo, fa fucilare, attraverso processi sommari, senza pietà, 400 oppositori politici. Non si vergogna del fatto che, nel '64, all'ONU, il Che, ammette candidamente che "sì abbiamo fucilato, fuciliamo e fino a quando necessario fucileremo ancora perché la nostra è una lotta alla morte". E non si vergogna che il Comandante quando è anche Procuratore militare crea i campi di concentramento per gli omosessuali, i cattolici, e i testimoni di Geova, tutte quelle persone che per lui non sono in linea con i principi della rivoluzione, e dove, all'ingresso dei campi, campeggia beffarda la scritta, dal vago sapore nazista "Il lavoro vi renderà uomini". Altro che mito egualitario come vagheggia il sindaco di Napoli. Sull'isola vige il razzismo e l'apartheid. Dovrebbe sapere che quei famigerati lager per i gay, nella penisola di Guanaha come nella zona di Los Palos dove vengono internati gli adolescenti, o in altre località, sono il segno della crudeltà di un regime sanguinario. Sappia il sindaco che per rieducare i "deviati", per lo più attori, ballerini e artisti e che non risparmia neppure i bambini, oltre alle terribili punizioni corporali con percosse ed umiliazioni, si attuano varianti al limite del grottesco come salire le scale con scarpe zavorrate di piombo, tagliare l'erba con i denti, lavorare nudi nei campi delle "quadrillas" e venire immersi nei pozzi di merda. Come bene raccontato da Massimo Caprara, ex segretario di Togliatti quando ricorda che "le accuse nei Tribunali sommari rivolte ai controrivoluzionari vengono accuratamente selezionate e applicate con severità". E quando ricorda anche come a Pinar del Rio, ci sono case di detenzione, con le "tostadores", cioè le celle di detenzione definite tostapane per il calore che emanano mentre, ad esempio, al carcere "Tre Racios de Oriente" ci sono celle alte meno di due metri e lunghe dieci, chiamate "gavetas" dove vengono ammassate a marcire decine di prigionieri. Ma non c'è solo Caprara. A raccontare le vicissitudini delle vittime è anche il bellissimo film di Julian Schnabel "Prima che sia notte" mentre secondo Amnesty International, alla fine, le persone rinchiuse nei campi di concentramento saranno centomila e di queste a perirne saranno oltre 17mila. Molti anni dopo, intervistato, lo stesso Fidel Castro, è costretti ad ammettere che "l'aver inviato tutti quegli omosessuali nei campi di lavoro forzato è stata una grande ingiustizia". Qualcuno informi il sindaco di Napoli, una volta per tutte, che il suo mito politico è un criminale.


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