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DICIOTTI, MA NON ANCORA MAGGIORENNI.

  26 agosto 2018       Luca Proietti Scorsoni       RL


di Luca Proietti Scorsoni -
Corsi e ricorsi. Anche qui. Soprattutto qui. Perché il bubbone della magistratura non è mica scoppiato a Catania ma ben prima. Le avvisaglie storiche, e ancor prima mediatiche, le avemmo con tangentopoli. Poi, dai lì, una escalation. D'accordo, cambiano gli ambiti d'intervento: dapprima le inclinazione vuoyeristiche per le puttane del Cav mentre ora la volontà perspicace di soffocare i conati xenofobi di matrice leghista. Ma, insomma, la sostanza non cambia. Non serve essere dei facinorosi sovranisti, men che meno degli adepti al salvinismo intransigente, per comprendere che in questa situazione ad andare in crisi non è un ministro o un partito ma lo Stato di diritto. In sintesi: un magistrato accuratamente seguito da fior di telecamere - giusto per tenere un low-profile congruo al ruolo ricoperto - accusa un Ministro della Repubblica di arresto illegale laddove non vi è uno straccio di prova - la prova, intesi? Elemento arcaico fin quanto si vuole ma essenziale in fase di dibattimento processuale, sempre che in aula ci si arrivi...- dicevo, non esiste prova di alcuna carcerazione e, non contento di ciò, aggiunge pure il reato di sequestro di persona confondendo un atto doloso con una scelta squisitamente politica. Condivisibile o meno ma pur sempre politica. Poi dicono il populismo.
Hanno dipinto la vicenda della Diciotti alla pari di un macabro revival di quei treni piombati diretti ad Auschwitz o tipo la vicenda di quei vagoni pieni di esuli istriani che gli antesignani della Boldrini bloccarono in quel di Bologna, rifiutandosi di dar loro da bere o da mangiare solo per questioni meramente ideologiche oltre che criminali. Altri tempi, certo, incapaci tuttavia di cancellare l'ipocrisia di certa gente.
Il populismo, dicevo. Qualcuno ha provato a dirottare l'attenzione su quanto è accaduto con la Banca Etruria per evidenziare i due pesi e le due misure. E allora, se vogliamo buttarla in parallelismi forzosi e forzati, tanto vale menzionare il Monte dei Paschi.
A distanza di anni non si è ancora venuti a conoscenza dei colpevoli che andarono a sbranare uno dei più importanti istituti bancari europei. I tempi della giustizia, già. E la separazione delle carriere, come no. Oltre alla carcerazione preventiva, l'obbligatorietà dell'azione penale, il sistema intercettatorio, la semplificazione dei codici, ecc.
Dacché si intuisce come il sonno della politica generi i mostri giudiziari. Ergo, serve una riforma. Ora o mai più.


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