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Capitani d'impresa e manifesti d'invidia

  22 luglio 2018       Luca Proietti Scorsoni


Sergio Marchionne ha reso carne una celebre massima di Edmunde Burke per cui il cambiamento è il primo passo per la conservazione dell'esistente. Tant'è che in quel rimescolamento di acronimi - da FIAT a FCA - si condensa una scommessa per molti in principio pressoché disperata che si è tramutata poi in una certezza capace di puntellare perfino un po' di orgoglio patrio. Perché dopo le acquisizioni che hanno interessato alcune delle nostre eccellenti realtà manifatturiere, da parte di importanti player internazionali, Marchionne è riuscito a suffragare l'idea che il management italiano di qualità, quando entra in comunione con i precetti di un liberismo coraggioso e visionario, può creare le condizioni per la realizzazione di imprese eccezionali. Checché ne dicano gli anacronistici redattori del Manifesto e tutti quei politici - purtroppo anche di destra - che puntavano l'indice sulla residenza fiscale del nostro distogliendo lo sguardo da una risurrezione industriale che ha miracolato di fatto il sistema produttivo nazionale e con esso un'intera classe lavoratrice. E così, quando sento parlare di dignità nel mondo del lavoro, penso tutt'al più al golfino di Marchionne che non al decreto legge dei grillini.


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