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Migrazioni/Welfare state

  6 luglio 2018       Marco Bassani       Postfb


di Marco Bassani - La sinistra è stata spazzata via a causa delle sue posizioni sull’immigrazione. Vi erano forse cento ragioni migliori, ma una politica che il popolo ha percepito essenzialmente “alla Boldrini” è stata decisiva nell’annichilimento di tutto il mondo post-comunista.
L’autentica pagliacciata di ministri di una maggioranza che facevano lo sciopero della fame per approvare una legge (ius soli), a torto o a ragione, avversata dalla stragrande maggioranza del Paese è stato il chiodo sulla bara di un pezzo del Novecento. Cattolicesimo popolare e social-comunismo, le culture politiche che hanno presieduto alla stesura della Costituzione repubblicana, oggi non arrivano forse al 20%. Sono processi storico-politici di grande rilevanza e che richiederebbero un supplemento di analisi. Per ora, non abbiamo certo visto l’”intellettuale collettivo”, il “moderno Principe” al lavoro. Per ritornare agli antichi fasti la classe dirigente di sinistra ha deciso di scegliere come leader un fesso certificato di nome Saviano.
E dal punto di vista tematico ha deciso di puntare tutto sulla difesa del ‘migrante’ (figura che rimpiazza e riassume il proletario produttore di plusvalore marxista il prossimo del Vangelo) e sulla piena permeabilità delle frontiere e sull’ ”accoglienza”.
Quella che appare essere una sorta di morte assistita (la “classe politica” sta portando la sinistra in Svizzera alla ricerca di una morte dolce) deve essere però compresa fino in fondo nella sua drammaticità. Il crollo del comunismo non aveva posto la sinistra di fronte al suo fallimento storico.
Tutti i partiti a vario titolo marxisti si erano immediatamente reinventati una nuova ragione sociale: non più il ribaltamento dei rapporti capitalistici di produzione, ma la difesa a oltranza dello Stato sociale, di un apparato burocratico che tutto sa e tutto può nella redistribuzione e nella reinvenzione della realtà sociale.
Il punto di rottura sono proprio le migrazioni e la loro tendenziale incompatibilità con il “welfare State”.
Se l’accoglienza del diverso appare un dovere morale pienamente compatibile con gli “ideali” di una sinistra moderna, le frontiere aperte al contrario minano un sistema, quello del welfare, sul quale la sinistra ha puntato tutto.
Molti autori segnalano come il tratto distintivo delle odierne migrazioni verso l’Europa sarebbe il carattere prevalentemente non cristiano delle popolazioni in arrivo. I musulmani, in effetti, pongono alcuni problemi dal punto di vista dell’integrazione che solo un cieco o un papa possono non vedere.
Se gli aspetti sociali delle migrazioni sono assai complessi, dal punto di vista politico la questione cruciale è davvero una sola. Il vero, grandissimo, ineludibile problema è che oggi quasi tutte le società che ricevono immigrati sono ad altissimo tasso di redistribuzione e tassazione per mezzo di un intervento governativo senza precedenti nella storia umana. Questa è la vera novità politica, il singolo fattore maggiormente rilevante. Se l’immigrazione di cento anni fa in America provocava ogni sorta di problemi sociali, la popolazione nativa non vedeva però una parte del proprio reddito sparire a causa dei nuovi arrivati. Anzi, per quanto eventualmente sporchi e ignoranti, i nuovi immigrati dell’Europa orientale o meridionale producevano ricchezza fin da subito e non ottenevano nulla dai contribuenti americani.
La Chiesa e la sinistra radicale non sembrano ancora aver capito che un’immigrazione tutta sulle spalle della collettività e della fiscalità generale spazzerà via qualunque traccia di welfare. E il tutto dopo aver causato tensioni sociali enormi fra poveri nati da ventri italici e poverissimi generati da uteri africani.
Il sistema dello Stato sociale, infatti, è chiuso, si nutre di un’ideologia confinaria, si sviluppa in un mondo - quello della Guerra Fredda - impermeabile alle migrazioni e con confini rigidissimi.
Insomma, se un tempo i comunisti duri e puri affermavano “il comunismo o sarà planetario o non sarà”, per il welfare State vale il discorso opposto. Il sistema regge solo confrontiere invalicabili che stabiliscono con chiarezza chi è cittadino, chi non lo è, chi ha diritto ai soldi degli altri e in quale misura. Un sistema di welfare aperto non può esistere, il sistema non è “universale”, ma nasce per “discriminare”: nelle prestazioni, nell’assistenza, nei sussidi. In breve, la difesa dello Stato sociale appare davvero incompatibile con frontiere colabrodo.
La proprietà pubblica è insomma fonte di conflitti continui che vengono a galla con grande chiarezza proprio nel caso dell’immigrazione. Gli immigrati, infatti, occupano spazi pubblici che non hanno contribuito a costruire, percepiscono quote di spesa corrente che viene sottratta ai cittadini. In ogni caso, non sembra una prospettiva politica realistica quella di chiamare i (pochissimi) lavoratori italiani a impegnarsi in una guerra su due fronti: la povertà interna e il disagio mondiale.
La destra statalista oggi al ministero dell’interno appare ben più attrezzata della sinistra “universalista” per sfruttare elettoralmente il tema dell’immigrazione. Esiste ormai un partito nazionale a tutto tondo, che sostiene l’esistenza di due gruppi contrapposti, i cittadini e gli elementi allotri, ossia la “comunità del noi” e un mondo che la assedia. Lo slogan “prima gli italiani” appare rozzo, ma ben più efficacie dell’esaltazione di una società multirazziale, dei cui benefici la popolazione non è in generale per nulla convinta.
Eppure, se far entrar chiunque è pura follia, sigillare le frontiere è tanto impossibile quanto poco auspicabile, giacché una società chiusa è destinata a morire.
I sistemi assistenziali che caratterizzano le nostre società creano una conflittualità crescente che può essere disinnescata solo a partire dalla depoliticizzazione dell’immigrazione. Una posizione libera e di mercato sulla questione dell’immigrazione non esiste, né in Italia, né nel resto del mondo: il velo dello Stato non permette di vedere e prospettare autentiche soluzioni.
In un mondo perfetto, ossia ben diviso e ordinato secondo confini reali fondati su diritti di proprietà chiari e distinti, i conflitti potrebbero essere risolti con precisione: nessun migrante potrebbe entrare da nessuna parte se non è stato invitato. Se vivessimo, inoltre, in un mondo fondato sull’autogoverno delle piccole comunità e sui diritti di proprietà, l’immigrazione non diventerebbe mai un problema sociale. E non è un caso se il Paese con la più alta percentuale di immigrati al mondo (oltre il 20%), ossia la Svizzera, non viva affatto in modo isterico il fenomeno. L’antica tradizione “elvetica” si dimostra assai migliore delle scelte continentali e italiane in particolare di centralizzare tutte le decisioni.
L’immigrazione deve essere affrontata a partire dall’economia e dalle domande reali provenienti dai bisogni delle persone, non dalle idee delle classi politiche o ecclesiastiche, o dai tornaconti delle burocrazie interessate. In generale, occorre essere sempre sospettosi verso chi si dichiara privo di interessi personali: spesso è solo un modo per nascondere vantaggi inconfessabili e ingiustificati.
Spostarsi è forse un diritto naturale dell’uomo, ma deve diventare il diritto di muoversi “dove si vuole e fra chi ci vuole”. In Italia, destra e sinistra discutono delle cose in un mondo – reale ed ideale – di turbo-statalismo selvaggio, dominato da assistenza, burocrazie e caste parassitarie che di immigrazione e redistribuzione vivono. La difesa dell’assistenzialismo e dello “spazio pubblico” rende impossibile sciogliere il nodo gordiano dell’immigrazione.
Solo una società aperta e fondata sul mercato, ossia sulla libertà degli individui, può assorbire e integrare un numero ragionevole di immigrati. Ma è proprio quello che in questo non paese non può esistere.


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