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Lettera aperta a Berlusconi

  30 giugno 2018       Luca Proietti Scorsoni


di Luca Proietti Scorsoni Caro Presidente, chi ti scrive è un immoderato liberale. Un tempo mi sarei definito solamente come un amante delle libertà "tout-court", e sarebbe stato sufficiente per fornire una definizione esaustiva al mio sentire politico e umano nonché al mio essere forzista, ma ora, mio malgrado, mi ritrovo a dover sottolineare un'ovvietà ontologica per quanto connaturata con la genesi del nostro movimento. Forza Italia è stata fondata da un folle visionario ed ora, fa male ammetterlo, rischia di essere affondata da un eccessivo senso della misura quando invece, tutt'al più, servirebbe un'ampia dose di buon senso, sostanza di gran pregio, ma di tutt'altra natura concettuale, già maneggiata da un prussiano che poneva come propri limiti il cielo stellato e una morale che fa tutt'uno con l'essenza dell'uomo. Presidente, converrai con me che non può accogliere l'appellativo di moderato colui che è nato per dare forma alla rivoluzione liberale. È un ossimoro, un controsenso, un paradosso poco felice. È un'illogicità smaccata che erode i precetti della nostra presenza nell'agone politico. Se io sono qui a firmare questa lettera è perché ho ancora fame di vittorie e di sogni. Ho fame di grandi imprese e di successi clamorosi. Ho voglia di rivedere quella scintilla di follia che al tempo è stata contagiosa tanto quanto la risata di un bambino. Ho voglia di rivedere te ma in versione originale. Non m'interessa il Presidente ma il Cav. Quello che ha giurato di riversare il liberalismo nella massa e di rendere l'individuo assoluto protagonista della sua vita. Quello che accettando una missione impossibile poggiava la propria mano non sulla Bibbia ma sull'Elogio di Erasmo. Quello che diede una nuova casa alle eresie culturali orfane dei loro referenti storici. Quello che non si stancava mai e poi mai di sconvolgere i ben pensanti cresciuti a pane e conformismo con temi legati alle privatizzazioni, al liberismo, alla sussidiarietà, al libero mercato, alle liberalizzazioni, alla proprietà privata, alla realizzazione personale, alla globalizzazione, alla concorrenza, all'innovazione. All'Occidente. Quello che credeva ad un sogno e ad una realtà che potevano coincidere, bastava volerlo. A qualcuno, arrivato fin qui nella lettura, potrà pure apparire blasfemo, eppure in quel tuo sprone ad osare, inventare, rischiare, in quel tuo citare continuamente Reagan per cui il miglior modo di eliminare la povertà risiede giustamente nella produzione di ricchezza, in quel tuo delineare l'idea di giustizia sociale rendendola compatibile con la centralità della persona e con la sua inviolabile libertà di scelta, ebbene, in tutto questo ci trovo molto di quel cristianesimo dei vangeli che oggi è stato tramutato, da numerosi prelati e dai vari teo-intelló, alla stregua di una forma surrogata di tanti "-ismi" in salsa teologica. Presidente, non lasciamo che un patrimonio inestimabile di pensieri, intuizioni e slanci vitali si dissolvi per l'inerzia che pare abbia paralizzato Forza Italia. Qui non servono idee nuove ma bisogna recuperare le idee iniziali andandole poi ad attualizzare in funzione dei problemi emergenti. Per affrontare questioni dirimenti e ciononostante tenute in una dimensione carsica dalle varie compagini governative e non. Pensaci: sviluppo economico, produttività, contrattazione delocalizzata, previdenza complementare, welfare society. Abbiamo praterie argomentative su tali ambiti. Da qui è possibile impostare un cambio di paradigma. E quindi lungi da noi l'idea di tutelare la corporazione dei tassisti abiurando l'arrivo di Uber che da a tutti la possibilità di mettere a reddito la propria auto. Piuttosto chiediamoci per quale motivo il trasporto di persone da una parte all'altra della città prevede il pagamento di una licenza - leggasi pizzo - di decine di migliaia di euro allo Stato per essere poi preservati dalla competizione. Lungi da noi oscurare le importanti novità portate avanti dalla "gig economy" e all'orquando questo nuovo modo di fare impresa facesse emergere delle criticità che le si affronti con metodi nuovi e non con schemi e soluzioni irrimediabilmente ancorati ad un passato che non tornerà più. Lungi da noi puntare sulla gestione dello "status quo" amministrativo invece di operare per ridurre il perimetro delle prerogative statuali. Lungi da noi accarezzare la tendenza a deperire per troppo sovranismo senza riuscire a dare più una prospettiva culturale, economica e sociale dell'Italia futura contraddistinta dal nostro stile. Ha ragione quel deputato che ti ha scritto l'altro giorno tramite Il Foglio. Dobbiamo riprendere il gusto di frequentare la pazzia. Lo merito io. Lo meriti tu che dal caos, come un novello Nietzsche, hai al tempo partorito una stella danzante. Fai in modo che quell'astro continui a volteggiare in cielo. Con immutata stima. LPS


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