•  

La vera morale è la difesa dell’individuo

  5 maggio 2018       Carlo Lottieri       l'intraprendente


Carlo Lottieri - In questo brano tratto dal suo ultimo libro, Lettera agli italiani, Marcello Veneziani riflette sulla nuova culturale radicale e sul successo di un’impostazione relativistica che punta a dissolvere ogni tradizione e comunità, oltre che sulla pretesa che vi sia un ceto di uomini moderni che avrebbero il diritto (e il dovere) di organizzare l’intero ordine sociale sulla base dei propri valori: puntando essenzialmente sui temi bioetici e squalificando ogni ipotesi minoritaria e dissidente in tema di omosessualità, parità di genere, sessualità, aborto, fine-vita e via dicendo. La critica che Veneziani porta a questo pensiero unico aggressivo ha qualche fondamento, senza dubbio, e non vi è dubbio che oggi come non mai sia difficile poter esprimere liberamente le proprie idee su tutta una serie di temi. C’è un punto, però, che suscita più di una perplessità: ed è la connessione tra questa ideologia e la società libera. Siamo proprio sicuri che il riconoscimento della proprietà privata, contro ogni forma di statalismo socialista o nazionalista, comporti il dissolvimento dei valori e l’avvento di una prospettiva relativistica? Siamo certi che il riconoscere nell’altro un soggetto che ha il diritto di vivere la propria vita, sempre che non aggredisca il prossimo, comporti la negazione di ogni spiritualità? Era davvero un precursore di Stefano Rodotà e Laura Boldrini quell’autore tanto caro alla teologia cattolica, san Tommaso d’Aquino, che riconobbe sempre un confine tra i peccati e i crimini? C’è insomma nella proprietà, nel mercato, nel diritto e nel capitalismo una sorta di dinamismo impersonale che spingerebbe verso la fine di ogni etica e verso il nichilismo? Non mi pare che le cose stiano così. Da tempo, è vero, la parola “liberale” si presta davvero agli usi più diversi. Portando in Italia il pensiero di John Rawls, probabilmente il più importante filosofo liberal (e cioè progressista) dell’America di secondo Novecento), Salvatore Veca e Sebastiano Maffettone hanno tradotto liberal con liberale. Oggi sul liberalismo, insomma, si può scrivere tutto e il suo contrario. Ma un punto sembra chiaro: e cioè che l’ordine sociale che implica il rispetto della proprietà privata e della libertà di contratto (anche e soprattutto contro le logiche redistributive ed egualitarie del luogocomunismo liberal) non può reggere senza un fondamento etico, perché esso resiste solo in società che credono nell’idea che l’altro in qualche modo ci trascende e non possiamo usargli violenza in nessuno modo. Non possiamo invocare il Sacro, la Tradizione, la Nazione o altro per ledere i suoi diritti e impedirgli di vivere. A ben guardare, se gli esiti politici della quasi totalità delle culture politiche odierne (di destra o sinistra) sono tanto simili e sono riconducibili a un crescente controllo statale della nostra vita, è proprio perché quel fondamento morale che è alla base del capitalismo è venuto meno. Ci sono messi in tanti per giungere a tale risultato: i giuristi della prima modernità che hanno esaltato la nascita dello Stato, gli illuministi che poi l’hanno razionalizzato, i nazionalisti otto-novecenteschi che hanno costruito una mistica sul sangue della povera gente, i comunisti che hanno usato l’apparato pubblico per dissolvere l’ordine capitalistico e controllare per intero la società. L’esito è stato tragico e ci ha portato in un mondo nel quale l’altro è quasi sempre “disponibile” e plasmabile, in nome delle più diverse filosofie d’intonazione progressista o conservatrice. C’è una tradizione che molti tradizionalisti dimenticano o ignorano: ed è la tradizione del diritto, dei rapporti economici spontanei, delle istituzioni sorte dal basso, delle lingue non riconosciute dal potere. Questa tradizione può rinascere entro il liberalismo di mercato e all’interno dell’ordine capitalistico. Non entro culture di segno statalista.


NEWSLETTER